Vi ricordo cosa dovete fare PRIMA del prossimo incontro:
1) postare un riassunto degli appunti presi in classe
2) fare domande osservazioni su quanto non vi è chiaro o su quello su cui non siete d'accordo. Non siate timide\timidi., scrivete! Questo post è vostro!!!
Vi ricordo quello che dovete fare prima della prossima volta:
confrontate gli appunti presi e fate un resoconto-riassunto collettivo da postare tra i commenti. Il riassunto deve essere critico, sottolineate quello che avete capito quello che non avete capito.
Individualmente poi siete libere\i di fare le osservazioni che volete su quanto abbiamo detto: sui concetti presi in prestito dalla narratologia.
sulle mie osservazioni sul romanzo (che non sono assolute3. Anzi mi aspetto di sapere cosa ne pensate voi del romanzo).
Infine sui luoghi comuni, cliché, e su come influenzano la nostra cornice narrativa. Ecco, su questi argomenti mi piacerebbe leggere dei vostri commenti.
Ecco la sequenza che abbiamo iniziato ad analizzare in classe:
E questa la corrispettiva scena nel libro:
Mi è venuta paura delle vipere, così, all'improvviso.
Fino a quel giorno, quando salivo sulla collina, non ci avevo pensato mai alle vipere.
Continuava a balenarmi davanti l'immagine di quel bracco che ad aprile era stato morso sul naso da una vipera. La povera bestia era stesa in un angolo del capannone, ansimante, con l'occhio fisso, la schiuma bianca sulle gengive e la lingua di fuori.
"Oramai non c'è più niente da fare". Aveva detto il padre del Teschio. "Il veleno gli è entrato nel cuore.
Stavamo tutti in cerchio a guardarlo.
"Portiamolo a Lucignano. Dal dottore degli animali," avevo proposto.
"Soldi buttati. E' un ladro quello, gli fa una siringa d'acqua e ti ridà il cane morto. Andate via, forza, lasciatelo morire in pace". Ci aveva spinti fuori. Maria si era messa a piangere.
Attraversavo il grano e mi sembrava di vedere serpenti strisciare dappertutto. Saltavo come una quaglia e con una mazza menavo gran colpi per terra, era un fuggi fuggì di grilli e cavallette. Il sole picchiava in testa e sul collo, non c'era un alito di vento e in lontananza la pianura era tutta sfocata.
Quando sono arrivato al margine della valle ero sfinito. Un po' d'ombra e una bevuta d'acqua era quello che ci voleva, mi sono avviato nel boschetto.
Ma c'era qualcosa di diverso dal solito. Mi sono fermato.
Sotto gli uccelli, i grilli e le cicale si sentiva della musica.
Mi sono precipitato dietro un tronco. Da lì non riuscivo a vedere niente, ma sembrava che la musica veniva dalla
casa.
Dovevo andarmene via di corsa, ma la curiosità mi spingeva a dare un'occhiata. Se facevo attenzione, se rimanevo tra gli alberi, non mi vedevano. Nascondendomi tra le querce mi sono avvicinato allo spiazzo.
La musica era più forte. Era una canzone famosa. L'avevo sentita un sacco di volte. La cantava una donna bionda con un signore elegante. Li avevo visti alla televisione. Mi piaceva quella canzone.
C'era un masso coperto da ciuffi verdi di muschio proprio al limitare della radura, un buon riparo, ci sono strisciato dietro.
Ho allungato la testa e ho spiato.
Parcheggiata davanti alla casa c'era la 127 di Felice, con le portiere e il bagagliaio aperti. La musica veniva dall'autoradio. Si sentiva male, gracchiava.
Felice è uscito dalla stalla. Era in slip. Ai piedi aveva gli anfibi e intorno al collo il solito fazzoletto nero. Ballava a braccia spalancate e ancheggiava come una danzatrice del ventre.
"Non cambi mai, non cambi mai, non cambi mai... "Cantava in falsetto, insieme alla radio.
Poi si fermava e con voce grave continuava.
"Tu sei il mio ieri, il mio oggi. Il mio sempre.
Inquietudine.
E da femmina. "Adesso, ormai, ci puoi provare. Chiamami tormento, dai.
Già che ci sei.
Ha indicato qualcuno. "Tu sei come il vento che porta i violini e le rose.
"Parole, parole, parole...
"Ascoltami.
"Parole, parole, parole...
"Ti prego.
Era molto bravo. Faceva tutto da solo. Maschio e femmina. E quando era uomo faceva il duro. Occhio a mezz'asta e bocca socchiusa.
"Parole, parole, parole...
"Io ti giuro.
Poi si è buttato a terra, nella polvere, e ha cominciato a fare le flessioni.
Con due braccia, con una, con lo schiaffo, e cantava tutto contratto.
"Parole, parole, parole, parole, parole, soltanto parole, parole tra noi.
Me ne sono andato.
Quali differenze notate? E quali affinità?
Per capire bene come nel romanzo viene giudicato Felice bisogna leggere quest'altra descrizione, precedente nel libro (a pag. 45):
Felice Natale era il fratello maggiore del Teschio. E se il Teschio era cattivo,
Felice lo era mille volte di più.
Felice aveva vent'anni. E quando stava ad Acqua Traverse la vita per me e
gli altri bambini era un inferno. Ci picchiava, ci bucava il pallone e ci rubava le
cose.
Era un povero diavolo. Senza un amico, senza una donna. Uno che se la
prendeva con i più piccoli, un'anima in pena. E questo si capiva. Nessuno a
vent'anni può vivere ad Acqua Traverse, a meno di fare la fine di Nunzio
Scardaccione, lo strappacapelli. Felice stava ad Acqua Traverse come una ti-
gre in gabbia. Si aggirava tra quelle quattro case infuriato, nervoso, pronto a
darti il tormento. Fortuna che ogni tanto se ne andava a Lucignano. Ma an-
che li non si era fatto degli amici.
Quando uscivo da scuola lo vedevo seduto da solo su una panchina della
piazza.
In quell'anno la moda erano i pantaloni a zampa di elefante, le magliette strette e colorate, il montone, i capelli lunghi. Felice no, i capelli se li tagliava corti e se li tirava indietro con la brillantina, si rasava perfettamente e si vestiva con giacche militari e pantaloni mimetici. E si legava un fazzoletto intorno al collo. Girava su quella 127, gli piacevano le armi e raccontava di aver fatto il parà a Pisa e che si era gettato dagli aerei. Ma non era vero. Tutti sapevano che aveva fatto il militare a Brindisi. Aveva il viso affilato di un barra
cuda e i denti piccoli e separati come quelli di un coccodrillo appena nato.
Una volta ci aveva detto che li aveva così perché erano ancora i denti da latte.
Non li aveva mai cambiati. Se non apriva la bocca era quasi un bel ragazzo, ma se spalancava il forno, se rideva, facevi due passi indietro. E se ti beccava a guardargli i denti erano dolori.
Poi un giorno benedetto, senza dire niente a nessuno, era partito.
Se chiedevi al Teschio dov'era andato suo fratello rispondeva: "Al Nord. A lavorare.
Questo ci bastava e ci avanzava.
Ora invece era rispuntato come un'erbaccia velenosa. Sulla sua 127 color merda sciolta. E scendeva giù dalla casa abbandonata.
Ce l'aveva messo lui il bambino nel buco. Ecco chi ce l'aveva messo.
Infine pensate al film come film simbolico e non realistico così come lo ha voluto il produttore e indicate delle scene in cui, secondo voi, il film è simbolico.
Insomma fatevi sentire, scrivete, commentate, criticate.
Questo blog è vostro!
I principali caratteri femminili del film appaiono un po' come lo specchio dell'America di oggi, che non ha ben chiara la scelta tra il rifugio nella famiglia e il perseguimento, invece, di un ideale più individualista. È d'accordo?
È vero. Premetto che ho solo 31 anni ma ho già capito una cosa e cioè che la vita è estremamente complicata e non ci sono risposte precise. Credo che molte delle storie degli uomini siano state raccontate e molte delle storie delle donne non lo siano ancora state e sono sempre stato attratto dalle donne sveglie e brillanti, come mia moglie, d'altronde, ma mi rendo conto che quella di oggi in America è una generazione di donne con un problema di difficile risoluzione, donne che hanno tra i 35 e i 40 anni e hanno lavorato sodo per la loro carriera e amano i loro lavori ma un giorno si svegliano e realizzano che però vorrebbero anche una famiglia, dei figli. È la prima generazione post-femminista. Volevo ritrarre queste donne e l'ho fatto tramite le due figure di Alex e di Nathalie: una 34enne piuttosto disillusa e una 23enne che crede di sapere già come sarà la sua vita futura. Ho immaginato un dialogo tra loro una notte che ero a letto con mia moglie e le ho chiesto, se avesse potuto parlare con se stessa a 18 anni, cosa avrebbe detto di cercare in un uomo allora e cosa cercherebbe invece ora e ho trascritto quel che lei ha detto e costruito la scena.
Il film si prende diverse libertà rispetto al libro. Come ha lavorato al processo di adattamento?
Libro e film sono molto diversi tra loro. Il romanzo di Kirn non conteneva i personaggi di Alex e di Nathalie, per esempio, non contemplava il matrimonio della sorellina di Ryan né la pratica del licenziamento on line né il discorso "dello zainetto". Quello che c'era nel libro e che mi piaceva era l'idea di un uomo che credeva di poter vivere da solo, continuamente in movimento, da aeroporto ad aeroporto. Ho usato il libro come una cassetta degli attrezzi, in esso ho trovato le parole per articolare la storia che volevo raccontare ma per la quale non avevo ancora le parole. Ma sono due cose diverse: il libro racconta di un uomo che perde qualcosa, il film di un uomo che trova qualcosa. Com'è nato il discorso dello zainetto?
Cercavo il modo di articolare il concetto di vuoto. Io ho una moglie che amo, una figlia splendida, una bella casa, faccio il lavoro che mi appassiona…eppure viaggio e, tra un aereo e l'altro, è capitato anche a me di chiedermi come sarebbe non avere niente e nessuno: c'è indubbiamente qualcosa di eccitante in quest'idea. Il discorso dello zainetto è una metafora del peso delle relazioni umane.
Si dice che molti registi facciano sempre lo stesso film. Per te è così? Quel che ti interessa sono le relazioni interpersonali?
La continuità nella filmografia di un regista è cosa buona, credo, vuol dire che ti puoi fidare, se fa dei film personali vuol dire che sa che strada sta percorrendo. Se i miei film sono sulle relazioni interpersonali? Credo di sì. Mi piacciono le persone. Cerco di stimolarle ad essere aperte mentalmente, pongo delle domande. Il mio primo film era sulle sigarette, il secondo su una gravidanza giovanile, il terzo sul vivere soli. Spingono a domandarsi se si è d'accordo o meno. Mi interessa anche il tema della religione, per questo motivo. In che misura collabora ancora con Diablo Cody? Diablo è come una sorella per me, siamo molto diversi ma collaboriamo benissimo. Ora è molto impegnata, la serie televisiva United States of Tara l'ha occupata a lungo ed è ora che cominci a fare la regista. Io la supporterò in ogni modo, è un'ottima narratrice. Qual è il bilancio della collaborazione con George Clooney?
È un grande attore, non lascia mai il set e non fa mai uso del trucco. Non so davvero come faccia. È un attore che pensa come un regista, per cui se c'è un rumore imprevisto adatta la sua voce nel dialogo per scansarlo, se si accorge che il sole si sta spostando si muove di conseguenza per non restare in ombra, pensa sempre alle due cose contemporaneamente. Per questo è bello e facile lavorare con lui. Adesso capisco perché i fratelli Coen e Soderbergh lo vogliono sempre. E poi, come mi ha detto Soderbergh stesso quando gli ho chiesto come dirigerlo, è la stella del cinema meno stella del cinema con cui possa capitare di lavorare.