ALESSANDRO PAESANO BLOG

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lunedì 30 novembre 2009

Il papà di giovanna (Italia, 2008) di Pupi Avati

Come si legge un film?
Se è vero che la prima impressione è sempre di pancia, il film ci coinvolge o no, ci piace o no, da dove partiamo per farne un'analisi meno soggettiva e personalistica?
In questo caso, trattandosi di un film storico, quando influisce la nostra conoscenza (o men) dell'epoca in cui il film è stato ambientato?
Da questo punto di vista, funziona proprio tutto nel film?
Lasciate un commento in questo senso sentendovi libere/i di dire qualunque cosa vi venga in mente (sul film).






Cosa hanno detto gli altri 
Da filodrammatica, invece, le grida sguaiate e gli sguardi alteri di Manuela Morabito, improbabile madre della vittima. A rovinare la sospensione di incredulità, più di alcuni dettagli non proprio verosimili (i matti costantemente sopra le righe nel manicomio di Reggio Emilia) e di scelte un po' scontate (ancora un parto sotto le bombe a dimostrare la forza della vita), è soprattutto il troppo silicone che circola sulle labbra di più di una delle interpreti femminili, che catapulta, di colpo, nella gelida contemporaneità.

Luca Baroncini Spietati.it
...ma per il resto visibilmente intorpiditi dall'inesperienza drammatica di alcuni degli attori secondari scelti più per blasone ed amicizia che per effettiva attinenza al ruolo (vedi Ezio Greggio, la bolognese doc Serena Grandi e a tratti anche una rigidissima Francesca Neri). Se ci aggiungiamo poi qualche intoppo storico-temporale (i personaggi sembrano invecchiare solo anagraficamente e mai nell'aspetto) e qualche pausa di troppo vediamo delinearsi davanti ai nostri occhi la sagoma di un'opera tutto sommato dignitosa dal punto di vista della ricostruzione visuale ma incapace di arrivare al cuore e di emozionare. Silvio Orlando è da applausi, la regia scolastica, la locandina ammicca diabolicamente alla commedia, il finale è da dimenticare, come tutta la seconda parte del film.
Luciana Morelli Movieplayer.it

Nel 'Papà di Giovanna' ci sono errori di procedura penale, anacronismi lessicali e improprietà geografiche, ma queste imperfezioni sono esigue rispetto alle qualità dell'opera: impeccabile scelta degli attori (la Rohrwacher è da coppa Volpi), ritmo giusto, fotografia calibrata, memoria delle vittime dei bombardamenti intrisa d'affetto, coraggio e senso della misura nel rappresentare i crimini dell'epurazione. E quando Avati ha ricordato ai giornalisti incerti che quei fatti li ha visti, non gli sono stati raccontati, ha avuto fermezza, non è scivolato nel piagnisteo".

(Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 1 settembre 2008)

"La prima parte de 'll papà di Giovanna' di Pupi Avati, seconda opera italiana in concorso, è molto bella. Poi il film si slunga, diventa un prolungamento non necessario della narrazione, con episodi storici e lieto fine banali. Silvio Orlando è straordinario nella parte del padre che ama e protegge troppo, con attenzione ossessiva e presuntuosa illusione, la figlia adolescente psichicamente poco equilibrata. Alba Rohrwacher è brava nella parte di Giovanna, niente affatto innamorata del padre ma della madre che la ignora, assassina per gelosia (...) processata e ricoverata in manicomio criminale. Se non fosse matta, la storia starebbe forse in piedi meglio, ma davvero profondamente disturbata. Nel lungo epilogo, punteggiato di storie di guerra e dopoguerra, processi a fascisti e fucilazioni, la ragazza esce di manicomio, rivede per caso la madre che l'aveva abbandonata: la triste famiglia si ricomporrà".


(Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 1 settembre 2008)

"Pupi Avati, invece, resta fedele al suo stile tradizionalmente realista, a un cinema pacato e lineare dove l'accento è messo sulle psicologie delle persone e l'attenzione si punta su chi sta negli ultimi ranghi, non in prima fila. E lo fa qui con una misura e un pudore che da tempo non gli riconoscevamo più. (...) Avati racconta questa storia, che attraversa la guerra e si conclude nei primi anni Cinquanta, come un piccolo romanzo familiare, privilegiando i rapporti tra padre e figlia ma offrendo anche alla madre la possibilità di far capire la sua freddezza e di vivere uno scampolo d'amore con il vicino. E se si esclude la sbavatura della scena in cui Greggio viene fucilato dai partigiani, che sembra più debitrice delle polemiche resistenziali che di una vera necessità narrativa, il film evita molte trappole avatiane, cancella la facile mitologia sui perdenti e scava dentro un rapporto tutt'altro che scontato".


(Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 1 settembre 2008)





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