ALESSANDRO PAESANO BLOG

Il blog dedicato alle vostre lezioni di cinema


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domenica 20 febbraio 2011

La prima cosa bella di Paolo Virzì

Regia: Paolo Virzì; Sceneggiatura: Francesco Piccolo, Paolo Virzì, Francesco Bruni Montaggio: Simone Manetti
Fotografia: Nicola Pecorini
Interpreti:
Stefania Sandrelli, Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Claudia Pandolfi, Marco Messeri; Musiche: Carlo Virzì; Produzione: Medusa Film, Indiana Production Company, Motorino Amaranto; Distribuzione: Medusa film.

uscito il 15 gennaio 2010 in 440 copie





Il film è stato da più parti paragonato ai film alla commedia all'italiana, impropriamente e senza fare le debite proporzioni.

Di seguito alcune recensioni sulle quali mi piacerebbe confrontarmi con voi.
Mi raccomando leggetele solamente dopo aver visto il film altrimenti ve lo rovinate.
Ci vediamo Lunedì 28.

Cominciamo da una PESSIMA recensione di Francesco Rigatelli, sul sito del sole 24ore (sic!) che scrive:

Che un film piaccia o no è quasi irrilevante. Importa quel tanto per cui passi più o meno bene due ore, influisce insomma sul divertimento. Ma quel che conta di un film è com’è fatto, quale estetica propone e se, attraverso inquadrature, montature,

MONTATURE?!?!!? Non si dirà montaggio?

e tutto ciò che in una parola si può definire movimento, riesce a dar vita ad una sceneggiatura,

non è il film a dare vita a una sceneggiatura, bensì il contrario...

che per essere valida deve raccontare qualcosa di più del nostro o di altri tempi. Ecco, spazio e tempo, questi sono i valori rilevanti di un film. E si va al cinema per sapere cosa succede, quali pensieri e su quali storie lavorano i registi, anche come le presentano. Poi se il film piace e diverte bene, ma non è il primo significato da ricercare sul grande schermo. L'etica dell'andare al cinema è scoprire i racconti che si fanno del mondo, belli o brutti che siano.

Se la si pensa similmente La prima cosa bella di Paolo Virzì risulta così così.

Bel giudizio critico. Manina semovente, così così.

La storia di questa mamma in fin di vita interpretata per gli ultimi anni magistralmente da Stefania Sandrelli e in gioventù bene da Micaela Ramazzotti, del suo rapporto col figlio asociale Valerio Mastandrea e con la figlia Claudia Pandolfi; questa storia prende certamente. E ci sono ottime trovate registiche, come il primo piano della pallonata

se è un oggetto non si chiama primo piano ma "particolare".

in testa a Mastandrea che dorme al parco dove più o meno si droga, nonostante sia un professore di lettere alla scuola alberghiera. O scene commoventi senza volerlo, come il matrimonio finale in camera da letto. C’è Livorno nei suoi ultimi cinquant’anni. E c’è tanto amore. 

 Anzi, è un film che sostiene implicitamente dentro di sé che le storie più belle sono proprio le storie d’amore, perché quelle racconta sotto al suo titolo.

Eh?

Amore per la mamma, per la famiglia, per il dialogo e per le cose semplici. «Scusi dottore, ci sarebbe un farmaco legale che curi un po’ di scontento, di vuoto interiore?», domanda Mastandrea al medico che segue la madre, il quale gli risponde con l'accento toscano: «Figliolo, hai provato con un bagno al mare?». Altra frase fulminante, quella di Stefania Sandrelli, ormai morente ma instancabilmente allegra, sempre a Mastandrea: «Sei sempre stato così musone, dovresti avere un po’ di fiducia!». 

Il film si allunga e dopo la metà manca di struttura, il sentimento però non si perde. E il sottofondo, la canzone di Nicola di Bari che dà il titolo alla pellicola, intenerisce: «Ho preso la chitarra e suono per te… La senti questa voce, chi canta è il mio cuore, amore amore amore, è quello che so dire ma tu mi capirai… La prima cosa bella che ho avuto dalla vita è il tuo sorriso giovane, sei tu».

Qui trovate un'intervista a Virzi sul film.

Un'altra intervista, al cast, qua

Per chi fosse interessato\a qui c'è il pressbook.

Da entrambe le interviste esce un certo modello di donna che è anacronistico oggi come ieri.
Il peggior difetto del film è l'assoluta mancanza del contesto politico e anche sociale collettivo. Qui ci sono solamente individualità e tutto si risolve nel provato... In barba alla commedia all'italiana, quella vera, che raccontava storie, sì, ma immortalava tendenze antropologiche del paese Italia...


Infine un articolo che dice qualcosa di diverso (per leggerlo cliccate sulla immagine).

Stavolta più che mai aspetto vostri commenti....

lunedì 15 marzo 2010

Nuove date cineforum


LE NUOVE DATE DEL CINEFORUM


Proiezione film Zabriskie Point LUNEDI' 19 APRILE


Lezione sul film LUNEDI' 26 APRILE


PRENDETE NOTA

domenica 28 febbraio 2010

Questioni di cuore prossimo film al cineforum del Malpighi

Questioni di cuore
(Italia, 2008) di Francesca Archibugi

SCENEGGIATURA: Francesca Archibugi
INTERPRETI: Antonio Albanese, Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Francesca Inaudi, Chiara Noschese
FOTOGRAFIA: Fabio Zamarion
MONTAGGIO: Patrizio Marone
PRODUZIONE: Cattleya
DISTRIBUZIONE: 01 Distribution
USCITA CINEMA: 17/04/2009
DURATA: 104 Min




Il film è tratto dal romanzo Una questione di cuore  di Umberto Contarelloe vuole presentarsi come una commedia (all')italiana .
Ci è riuscito secondo voi?
Di seguito alcuni link ad altrettanti articoli, da legere DOPO la visione delfilm.
Intanto mentre vedete il film sapere cosa dovete chiedervi.
C'è un uso di cliché e luoghi comuni? C'è del sessismo o del maschilismo? Come si rivolge il film al suo pubblico? La scena iniziale fornisce delle istruzioni per l'uso del film?
Buona visione!
Ci vediamo Lunedì 8 Marzo

La recensione di Paolo Mereghetti .
Intervista alla regista Francesca Archibugi

lunedì 1 febbraio 2010

Gran Torino (USA, 2008) di Clint Eastwood


Sceneggiatura: Nick Schenk
Attori: Clint Eastwood, Cory Hardrict, John Carroll Lynch, Geraldine Hughes, Brian Haley, Brian Howe, Nana Gbewonyo, Chris Carley, Bee Vang, Ahney Her, Choua Kue, Chee Thao Ruoli ed Interpreti
Fotografia: Tom Stern
Montaggio: Joel Cox
Produzione: Double Nickel Entertainment, Gerber Pictures, Malpaso Productions, Village Roadshow Pictures, Warner Bros
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: 116 Min
Formato: Colore 35mm - 2.35 : 1








Ecco poster diversi del film.
Che "storie" ci raccontano?
Che impressione ci fanno?
Quale film ci lasciano immaginare?

Dopo aver visto il film

Durante la visione del film le nostre aspettative  nei confronti della storia raccontata rimangono le stesse o cambiano? 
Se cambiano quando? 
Come? 
Secondo voi perchè?



Recensione di Paolo Mereghetti (da leggere DOPO la visione del film)
Come si può definire un film che si apre con un funerale e si chiude con un altro? Un osservatore superficiale potrebbe anche definirlo iettatorio, ma in realtà Gran Torino appartiene più correttamente alla categoria dei film «testamentari», quelli dove l'autore — qui il 78enne Clint Eastwood — ci lascia in eredità il suo messaggio «finale», il suo pensiero definitivo sulla vita e sulla morte. Meglio, su come comportarsi in vita e come affrontare la morte. Cioè, sul Bene e sul Male. Questa riflessione ha sempre attraverso le opere di Eastwood regista. L'azione, che in altre età della vita sembrava predominare su tutto, finiva però per riportare primo o poi il suo «eroe» ai temi centrali della responsabilità. E a volte del castigo se non della morte. Come condanna (al cattivo di turno) ma anche come estremo destino di sconfitta (Guarda il trailer).

Come succede in Bird, in Un mondo perfetto, in Lettere da Iwo Jima... In Gran Torino, la riflessione di Eastwood prende un'andatura più zigzagante, a volte fin contraddittoria, come per riassumere tutte le diverse opzioni di una carriera che ha portato il suo regista a confrontarsi non solo con i limiti della vita, con le sue debolezze e le sue sconfitte, ma anche a farsene carico, ad assumerli (cristologicamente?) su di sé. Questo, almeno, fa Walt Kowalski (Eastwood), operaio in pensione dalla Ford, che vede il suo quartiere di Detroit spopolarsi di bianchi americani per lasciare il posto a ispanici e a un gruppo di invadenti «musi gialli» (in realtà «hmong», popolazione che non può più vivere nei territori d'origine, a cavallo tra Laos, Cambogia e Cina). All'inizio del film, però, durante il funerale della moglie, scopriamo che la rabbia di Kowalski si rivolge anche verso i membri della sua famiglia, i due figli Mitch e Steve da cui lo allontanano scelte di vita e gusti automobilistici (uno di loro commercia auto giapponesi, peccato più che mortale per un ex dipendente Ford), per non parlare dei nipoti vari, di cui disprezza praticamente ogni cosa, dall'abbigliamento all'indolenza. E senza preoccuparsi troppo di abbassare il tono quando fa le sue esternazioni. Con una buona dose di autoironia, Eastwood/Kowalski si mette in scena nel meno compiaciuto dei modi, ringhioso e urticante, capace di prendere il fucile per allontanare chi osa invadere la sua proprietà privata e preoccupato solo di due cose: avere una scorta di birra fresca da bere in solitudine nella sua veranda e ammirare la sua Gran Torino Ford del 72, che ogni tanto tira fuori dal garage e lucida con maniacale pazienza.

Inevitabile che a un certo punto le rabbie e le recriminazioni di Kowalski comincino a vacillare, e proprio quando stanno per esplodere di fronte alla scoperta che il timido figlio dei vicini di casa, Thao (Bee Vang), sta tentando di rubare come «cerimonia» di iniziazione all'età adulta proprio la sua amata auto. A partire da questo momento, la rabbia si trasforma in disprezzo, poi in non belligeranza per diventare curiosità e infine protettivo spirito paterno. Anche per merito della sorella di Thao, Sue (Ahney Her), meno impacciata nel suo percorso di integrazione nella cultura americana.

Lo strano, o per lo meno l'insolito, in un film hollywoodiano è la libertà che sembra prendersi Eastwood, che a un certo momento dà l'impressione di «perdersi » in lunghe deviazioni apparentemente non essenziali. Si prende il tempo per raccontare alcune specificità antropologiche degli hmong, scherza con le differenze razziali (e razziste) delle varie anime americane (i duetti col barbiere italo-americano), allontana la minaccia che incombe sul film (il violento bullismo di una banda orientale che scorrazza nel quartiere) come se volesse far imboccare al film un'altra strada, quella di una commedia di costume un po' fuori dal tempo. E poi, all'improvviso, fa ripiombare lo spettatore di fronte alla violenza e alla crudeltà. Obbligandolo però a fare un passo ulteriore, che è quello dell'assunzione delle proprie responsabilità di fronte alle ingiustizie della vita. E chiudendo perfettamente il percorso che unisce questo film a Mystic River e Million Dollar Baby: la coscienza della responsabilità che i padri — veri o «putativi» poco importa — hanno verso i figli. E il carico di «debiti» morali da cui non possono certo liberarsi. Alla fine la storia riprende il suo percorso incalzante e sorprendente, che naturalmente lasciamo allo spettatore scoprire. Possiamo solo aggiungere che Eastwood lo fa con una assunzione di responsabilità inusitata anche per i suoi film, quasi fosse riuscito finalmente a fare i conti davvero con la morte che nelle sue ultime regie aveva sempre più invaso le avventure dei suoi non-eroi, finendo per assumere l'aspetto del convitato di pietra. E che Eastwood filma con la semplicità e l'immediatezza che hanno solo i grandi.

Paolo Mereghetti

13 marzo 2009 Corriere della sera

Intervista a Clint Eastwood sul film (sempre da leggere dopo la visione del film)
LOS ANGELES - Il titolo potrebbe trarre in inganno: Gran Torino, il nuovo film di e con Clint Eastwood che segue di pochi mesi Changeling con Angelina Jolie (uscirà a gennaio negli Usa e a febbraio in Italia), non è un prodotto d'azione con inseguimenti d'auto, ma una melanconica cronaca degli ultimi giorni nella vita di un vedovo, un lupo solitario arrabbiato con tutti e miscredente. Non può non far pensare a un Dirty Harry nell'inverno della vita. "E' un veterano della guerra di Corea, pieno di pregiudizi, rimorsi, rabbie" lo racconta lo stesso Eastwood, che torna sullo schermo come interprete a quattro da Million Dollar Baby, "Walt è un uomo incapace di comunicare, anche col figlio o i nipoti. I suoi vicini di casa sono immigrati vietnamiti che a lui non piacciono affatto".

Walt ha un'unica grande passione, la sua auto sportiva d'epoca, una Ford Gran Torino, un vero cimelio. Quando un ragazzino vietnamita tenta di rubargliela, aizzato dalla gang locale, Walt si surriscalda. Le conseguenze dell'offesa subita sconvolgeranno la vita di tutti, Walt compreso. "Walt non è un ispettore Callaghan da vecchio" insiste Eastwood "I due periodi storici sono troppo differenti. Harry era frustrato dal sistema politico e giudiziario della città, Walt vuole solo pensare ai fatti suoi".

Ma anche Walt finisce per farsi giustizia da solo, non crede?
"Sì, ma è un uomo tormentato dai ricordi della guerra da lui combattuta nel passato. E quando finalmente acconsente a confessarsi in chiesa, come desiderava la defunta moglie, si vede che soffre tantissimo. Del film mi piaceva l'idea che non è mai troppo tardi per imparare, crescere, capire. E ricevere una sorta di illuminazione".

Sentimenti che la sua generazione conosce?
"Non riuscire a rapportarsi con i propri figli è spesso un limite della mia generazione, gente cresciuta negli anni '40 e '50. Walt è anche abituato a vivere in un quartiere di gente come lui, non è aperto ad altre culture, ma quando diventa amico di questi strani vicini di casa capisce di avere più in comune con loro che con la sua famiglia, con i suoi figli viziati. Fa un lungo viaggio interiore, fino a dare la vita per loro".

Un messaggio di tolleranza in un periodo storico particolare come questo?
"Sì, ed è quello che mi ha affascinato del copione, il modo in cui progredisce dall'intolleranza alla solidarietà. Walt è uno che all'inizio insulta tutti, come spesso fanno quelli della sua generazione, apostrofa i vicini immigrati, che non conosce nemmeno, con pesanti affermazioni razziste, non riesce a trattenersi, fino a quando diventa il loro più strenuo difensore. Non è un uomo politicamente corretto, ma ha una sua sensibilità, e lo diventa. Allo stesso tempo penso che il "politicamente corretto" stia andando troppo oltre, la gente perde il senso dell'umorismo. Mia moglie è un misto di tutto - messicana, giapponese, nera, irlandese - e io la prendo sempre in giro su tutte le sue particolarità etniche e ci divertiamo. Ma forse non ci piacerebbe se lo facesse qualcun altro".

Cosa pensa della politica americana verso gli immigrati?
"E' un serio problema che dovrà essere affrontato e sono rimasto molto deluso dal fatto che nessuno dei candidati, durante le elezioni, ne abbia voluto parlare, come volessero evitarlo. Il che significa che nessuno ha un piano d'azione. Secondo me tutto il processo di immigrazione dovrebbe venire riorganizzato e semplificato, in modo da accettare gente che davvero vuole venire qui a lavorare, e allontanare i criminali. Abbiamo sicuramente bisogno degli immigrati, è il modo in cui questo paese è stato costruito".

Nonostante lei non sia un sostenitore del nuovo presidente degli Stati Uniti, non pensa che con Obama cambieranno le cose proprio in questo senso?
"Lo spero, tutti noi speriamo nei miglioramenti, come nazione e come individui, e le possibilità ci sono. Purtroppo ho anche vissuto abbastanza a lungo da aver visto tanti personaggi politici arrivare a Washington e perdersi, dimenticando che là fuori c'è una realtà diversa. E' successo a tanti politici nel passato, mi auguro non succederà anche ad Obama".


I suoi film toccano sempre temi molto profondi, come la guerra e la tolleranza verso gli altri. Come sceglie i progetti, per il messaggio o per il loro valore spettacolare?
"Penso che ci sia bisogno di una combinazione di entrambi gli elementi. Cerco una storia che abbia un messaggio ma spero anche sia un intrattenimento, che trasmetta emozioni agli spettatori, che siano tragiche o divertenti. Cerco di raccontare una storia interessante. Da giovane ho fatto film per il piacere dell'avventura, per il pubblico, ma in questa fase mia vita voglio poter dire qualcosa. Negli ultimi 15 anni ho fatto film per adulti, sperando che li vedano anche i giovani. Mi manca l'epoca in cui gli adulti andavano al cinema, quando non c'era sempre lo stesso genere e i film non dovevano essere necessariamente dei sequel. I tempi di Preston Sturges e Howard Hawks, che giravano sempre soggetti nuovi per loro, che fossero spettacolari o veicoli di un messaggio. Oggi appena un film ha successo e fa soldi, i produttori ne vogliono fare altri quattro uguali! A 78 anni, non sarei soddisfatto se ogni giorno non potessi imparare qualcosa di nuovo".

Silvia Bizio La Repubblica 4 dicembre 2008

lunedì 25 gennaio 2010

The Millionaire 2 (la vendetta...)

Dopo avere visto il film possiamo tranquillamente parlarne per quel che è un film razzista, fascista, eurocentrico, etnocentrico, quasi nazista.

Quando leggerete queste righe avremo già fatto lezione.
Ancora non so se il film vi è piaciuto o meno.
spero che, qualunque sia la vostra opinione, volgiate parlarne qui motivando le vostre osservazioni.
Intanto inizio a postarvi un po' di materiali sul film:
Cominciamo con lo scandalo islamofobo del doppiaggio sbagliato (per caso? Involontariamente? non credo proprio...).
Infatti il  doppiaggio sbagliato (...) fa erroneamente intendere che ad uccidere la madre dei piccoli protagonisti sia stato un gruppo di integralisti musulmani e non di fanatici induisti. (...) Il sottotitolo inglese (..) [dice] 'they are muslims, get them! (sono musulmani, prendeteli), ma nella versione italiana si sente una voce fuori campo che dice invece 'Aiuto, sono musulmani, scappiamo!".(fonti repubblica, Corriere della sera.
Che ne pensate? Cosa dice la copia del film che avete visto?

domenica 17 gennaio 2010

The Millionaire

The Millionaire (GB, 2009) di Danny Boyle
Attori: Anil Kapoor, Dev Patel, Freida Pinto, Mia Drake
Sceneggiatura Simon Beaufoy
Fotografia: Anthony Dod Mantle
Montaggio: Chris Dickens
Musiche: A.R. Rahman
Produzione: Celador Films
Distribuzione: Lucky Red
Uscita: 05/12/2008


Qualche domanda da farvi prima di vedere il film

Che cosa conoscete dell'India?

Quali conoscenze il film presume in voi (noi) spettatori?

Quali luoghi comuni vengono impiegati nel film?

Che funzione hanno?

Come influenzano il vostro giudizio sulla storia raccontata?

Qual è la struttura narrativa scelta dal film per raccontarci la storia del suo protagonista?

In qual altro modo poteva essere raccontata la storia secondo voi?

Fate il raffronto tra le tre locandine del film.

In cosa si differenziano? quali aspetti della trama del film mettono in risalto? Perché?
Quale vi piace di più? Perchè?
Che tipo di film vi aspettate in base alle locandine?



Premi

8 Academy Awards (Oscar): Miglior film, Miglior regia, Migliore sceneggiatura non originale, Miglior montaggio, Migliore fotografia, Miglior sonoro, Migliore colonna sonora, Migliore canzone

4 Golden Globe 2009: miglior film drammatico, miglior regista (Danny Boyle), migliore sceneggiatura, miglior colonna sonora


3 British Independent Film Awards 2008: miglior film, miglior regista, miglior esordiente (Dev Patel)
7 Premi BAFTA 2009: miglior film, miglior regista, migliore sceneggiatura non originale, miglior fotografia, miglior montaggio, miglior colonna sonora, miglior suono
David di Donatello 2009: miglior film dell'Unione EuropeaNastro d'Argento per il miglior film europeo

lunedì 11 gennaio 2010

Burn After Reading (reprise)

Ciao ragazze/i!

Chi se la sente di riassumere, nel commento, quanto abbiamo detto oggi sul film Burn After Reading?

Abbiamo parlato dei generi. Da cosa sono caratterizzati?

Perché ho scomodato il film Alien del 1979, di Ridley Scott?

Qual è la caratteristica del film dei Coen rispetto i generi cinematografici?

Che cosa ho inteso dire quando ho parlato di "scollamento"?

E dopo tutte queste domande, cosa avete detto oggi del film?

Chi se la sente di riassumere tutto ciò o solo una parte?

Ancora.

Perché vi ho fatto vedere il corto Il talento di Fabio?

Cosa abbiamo detto sul film? Cos'altro possiamo dire?

Cosa possiamo dire del cortometraggio in rapporto allo "scollamento"?

Ecco che il riassunto è bell'e fatto basta rispondere a queste domande...

Intanto, ecco qui il link che vi porta al cortometraggio, casomai lo voleste rivedere...


E poi, come promesso, eccovi in quote il pst che ho scritto sul corto e i commenti che ho ricevuto.


Ieri sono andato a vedere i corti premiati dall'Ucca (Unione Cinecricoli Cinematografici Arci) per il concorso obiettivi sul lavoro. Ho visto solo i primi due, ma è del primo che voglio parlarvi.

Il talento di Fabio, di Andrea di Bari.
Un cortometraggio ben girato, bene interpretato e montato ma dalla storia criptomachista e fascista.
E' la storia di Fabio che viene licenziato dall'autoconcessionaria dove lavora (non ne sappiamo i motivi, vediamo da lontano il colloquio senza poterne ascoltare i dialoghi, grazie alla bella regia come a dire non importa quel che dicono importa il risultato).
Con un'elegante ellissi troviamo un dialogo familiare scontato e sessista. lei fa le pulizie e rimprovera lui che il passivo in banca non può più crescere (ma poi si contraddice dicendo che i soldi della liquidazione sono quasi finiti e che, insomma,è lui a dover trovare un lavoro non lei, che ovviamente deve fare da madre ai due figli, uno di 8 e una di 10. La madre, rimprovera il figlio di 8 che non sa ancora tagliarsi la carne mentre sua sorella sì (voi maschi ci arrivate sempre dopo) il ragazzino si giustifica che la sorella è più grande ma lei lo redarguisce dicendogli che alla sua età già sapeva tagliarsi la carne da sola e poi aggiunge un furbetto. Insomma capita l'aria' Le donne rompono le palle ai maschietti che, poverini, non è colpa loro se sono disoccupati.
Da vomitare.
Fabio, giocherellando con la frutta, si ricorda (sic!) che sa giocare a biliardo, si reca a una sala giochi, tenuta da una signora anziana, dal viso vissuto ma che si vede in gioventù è stata una bella donna (Anna Orso, splendida settantunenne) che nella sinossi del film riportata in vari siti viene descritta come un'ambigua signora): Fabio inizia a giocare con i clienti della bisca e a vincere modeste somme di denaro 8alle quali corrispondo spese generose con bottiglie di vino che costano 8 euro...). L'...ambigua signora vede di buon occhio le vincite di Fabio che così riesce a portare a casa dei soldi, e anche la moglie è contenta, tanto che Fabio, si sente ripristinato nella sua virilità e porta la moglie, mettendosela su una spalla, a letto (di pomeriggio...).
Poi l'...ambigua signora gli propone di giocare contro un forte (è il vice ministro Carpazio), da non sottovalutare, che chiede 5 mila euro per partita. Lei è disposta ad coprire fino a 3 partite. Se vince faranno a metà.
Fabio accetta. All'inizio sbaglia, intimidito dal viceministro che si presenta con due guardie del corpo. Poi Fabio vince e sbaraglia il vice ministro (che tira di coca) il quale, durante una pausa, gli promette un posto di lavoro (alla Farnesina, via XX settembre) e un assegno di 30 mila euro se lo fa vincere, anche di un piccolo margine.
Fabio accetta senza nemmeno guardarlo in faccia. Ma l'...ambigua signora se ne accorge, accusa Fabio di essersi venduto, e commenta al vice ministro che lui ha sempre messo i piedi in testa a chi è migliore di lui, le guardie del corpo cercano di zittirla (a che titolo?!?!) il viceministro invece le intima di continuare e la donna gli dice che lui non vale un cazzo e che non era per suo padre.... Il vice ministro la schiaffeggia, facendola spostare per l'intensità dello schiaffo. Lei gli rompe una bottiglia in faccia, ferendogli l'occhio. Il viceministro mette mano a una pistola (dove la teneva fino a quel momento?!?!) le spara al cuore. lei cade a terra.mentre ne sentiamo i rantoli le due guardie del corpo atterrano Fabio. poi anche il ministro lo prende a calci.
Mentre la moglie di Fabio (ignara) lo aspetta, Fabio viene portato da tre tizi in aperta campagna, legato bendato e freddato con un colpo di pistola alla testa.
Il corto si chiude con figli di Fabio che giocano col un bigliardo giocattolo che il padre aveva regalato al figlio per il suo compleanno.

Qual è il messaggio di questo corto?
Che se Fabio faceva l'onesto e non accettava di far vincere Carpazio non sarebbe morto?
Improbabile.
Se Carpazio è talmente pazzo da sparare a una vecchia perché lo ha ferito a un occhio (con tutto il potere che ha poteva fargliela pagare senza mettere a repentaglio la sua carriera...) sicuramente a un no di Fabio avrebbe usato la pistola contro di lui e Fabio sarebbe morto lo stesso.
Nulla è reale in questa situazione. La figura del vice ministro (non prevista dalla Costituzione, introdotta nell'ordinamento italiano con la legge n. 81 del 2001), cioè di un sotto segretario con deleghe speciali, è totalmente fuori dalle righe. Nemmeno il fascista più efferato si comporta in modo così incauto e maldestro. ben più sottili sono le manipolazioni e i poteri che i politici hanno.
Il corto di Di Bari ha il torto di manipolare un immaginari distorto sulla gestione politica del paese. Nonostante l'ammanco di democrazia che L'Italia vive, nessun viceministro oggi potrebbe comportarsi così. Non può, non che non vuole. Non può perché gli organi di garanzia ancora ci sono...
Non conosco le intenzioni di Di Bari. Se voleva fare un film di denuncia sull'Italia di oggi Detto questo, l'opera proposta vuole suscitare una profonda riflessione sulla palese attuale malapolitica corruttiva ed affaristica, gestita da taluni uomini mediocri, quindi falsi politici, non soltanto dei beni materiali di sostentamento di un popolo, ma anche e soprattutto quella malapolitica, che non ci permette di poter vivere quel bisogno primario che è la sacra espressione di quel talento, qualunque esso sia, che è in ciascuno di noi. (Andrea Di Bari, fonte MilanoFilmFestival) dà un pessimo contributo alla sua causa. Nel suo corto è tutto talmente esagerato, iperbolico, che tutti i politicanti affaristi cui si riferisce possono ben dire ma noi non siamo come lui, quello è un pazzo delinquente, noi non ammazzeremmo mai una vecchia così...etc. etc. Insomma l'eccezionale gravità del fato raccontato ridà immediatamente legittimità ala normalità delinquenziale in cui operano (possono operare) i vice ministri del mondo reale.
Il corto ha uno stile dimesso, quasi neorealistico, comunque realistico, invece non lo è per niente, semplifica, banalizza, esagera dove non c'è da esagerare, senza individuare i veri nodi politici, culturali, antropologici, economici, che attanagliano oggi il paese. Avesse raccontato la stessa storia con un distacco ironico, accentuando l'iperbolicità che lo caratterizza come specchio deformante e critico di una realtà altra avrebbe avuto un altro spessore. La storia raccontata dal corto invece, nonostante la sia di per sé agghiacciante drammatica, non è una denuncia del reale, ma, viceversa, una forma di consolazione.
Dopo lo choc tutti pensiamo, beh dai le cose nel mondo reale non vanno così...
Almeno così pensano le persone informate, le uniche che possono cambiare le sorti del paese, incamminato seriamente verso un totalitarismo cupo peggio di quello mussoliniano.
Gli altri, quelli che credono che quel che racconta il Di Bari sia vero, verosimile, probabile, possibile, vivono contenti che qualcuno denunci lo status quo, essendo ingannati, ignari della realtà, presi in giro e rincoglioniti proprio allo stesso modo delle tv berlusconiane. Altra è la realtà, altri i problemi, altre le dinamiche tra le persone. Qui c'è un atteggiamento di ineluttabile supinità al potere contro il quale si pretende, nulla si può fare. Una morbosità per la morte delle persone, ammazzate come animali da macello (alla faccia delle morti bianche, dei morti in carcere, altro che viceministri assassini!!!). Un film di fanta-realtà spacciato per vita vera. Il peggior modo di portare avanti una causa politica. Un film fascista per il rapporto che ha coi suoi spettatori ai quali ammannisce semplificazioni ideologiche che non intaccano di un millesimo i veri privilegi della classe politica (come, mutatis mutandis i film d'epoca fascista di Camerini che prendevano in giro gli aristocratici senza metterne in discussione i privilegi), criptomachista per la visione dei rapporti maschio femmina, marito moglie, giovani vecchi, potenti semplici cittadini che il film ha, senza esplicitarla, ma spanciandola come vera e quindi non necessitante di spiegazioni, letture critiche, domande, dubbi.
E che il corto abbia vinto un sacco di premi, anche un concorso Arci la dice lunga sulla salute politica dl paese...

Il talento di Fabio Italia, 2009 di Andrea Di Bari

Formato: HD
Durata: 30'
Produttore: Jessica Cavallo, Claudia Dicasale
Sceneggiatura: Andrea Di Bari, Andrea Virili
Montaggio: Marta Agneni
Fotografia: Federico Schlatter
Montaggio del suono : Claudio Marani
Musica: Fiore Benigni, Paolo Rocca
Cast: Clemente Pernarella, Anna Orso, Pietro De Silva, Gabriella Barbuti

9 commenti:

Giorgio Mallucci ha detto...

Per la violenza e la faziosità della critica al corto di Andrea di Bari, corto che ho avuto l'occasione di vedere, credo che il termine fascista vada assegnato a chi lo usa con tanta facilità. Consiglio uno specchio in casa! Quanto poi al merito ritengo da spettatore (sempre stato di sinistra) che l'iperbole sia utile se come nel corto in questione suscita riflessioni!!!
10:49 AM, dicembre 17, 2009

Alessandro Paesano ha detto...

Violenza?
Faziosità?!
Dove? Come? Quando?
Argomentare, prego, come ho fatto io.
Criticare le mie argomentazioni non già la mia persona, altrimenti si è tentati di credere che tu abbia pochi argomenti.
Visto che poi si tratta di una fiction la faziosità è rispetto cosa?
Il problema è che l'iperbole nel corto non è presentata come tale dato il registro realistico del racconto.
Se avessi letto bene il mio post a un certo punto avresti trovato:
Avesse raccontato la stessa storia con un distacco ironico, accentuando l'iperbolicità che lo caratterizza come specchio deformante e critico di una realtà altra avrebbe avuto un altro spessore.
Se credi che l'iperbolicità serva allora convieni con me...

Capisco che sei indignato perché a te il corto è piaciuto mentre a me no. Ma a me sembra di avere spiegato perché il corto non mi è piaciuto. Mi farebbe piacere leggere perché a te, invece, è piaciuto.
In quanto all'aggettivo fascista vai a leggere i vari significati del termine su un qualunque dizionario. Non c'è solo quello strettamente politico...
Riscrivimi.
11:15 AM, dicembre 17, 2009

roberta ha detto...

Quanta prosopopea! quanto astio!
ma soprattutto: lei deve aver visto una versione diversa da quella che ho visto io del corto diretto da Andrea Di Bari e scritto con Andrea Virili, due uomini di talento...
Roberta Rossi
9:09 PM, dicembre 17, 2009

Alessandro Paesano ha detto...

Di nuovo!
Io ho argomentato porca miseria. Mica mi sono permesso di sparare giudizi così a zero come fate voi...

Mai detto che Di bari non abbia talento...
Ma lo avete letto il mio post???

Astio?
Come siamo berlusconiani! Appena ci si fa una critica c'è l'astio, la faziosità--- Ma non si entra mai in merito delle osservazioni fatte, giuste o sbagliate che siano... Che paese siamo diventato!!!
2:36 AM, dicembre 18, 2009

Anonimo ha detto...

ciao alessandro,
sono una dei tre produttori del cortometraggio(con claudia dicasale ed andrea moroni)
Innanzitutto ti ringrazio perchè hai impiegato davvero tanto a scrivere l'articolo, quindi hai "perso tempo" parlando del corto.
Ti ringrazio davvero, sempre bello ricevere critiche nel bene e nel male.
Detto questo, non ti voglio convincere a cambiare idea, perchè sarebbe alquanto difficile, dato che mi sembra dal modo in cui tu scrivi che sei una persona parecchio scrontrosa ed arrabbiata con il mondo e non mi interessa sapere perchè. Ci sono persone che hanno studiato "psicologia" ed aiutano a superare certi traumi.
Ti dico solo ciò che penso del corto.
Fabio ha un talento come tanti del resto ma non può esprimerlo perchè c'è chi non glilelo permette.
Il politico non vuole perdere, non vuole che Fabio vinca, non vuole che Fabio sia più bravo di lui a giocare... e quindi ecco quel che succede...

ti è mai capitato di sentire qualcuno dire che non ha vinto un concorso pubblico, che non è riuscito a lavorare da qualche parte mandando solo CV(con diverse esperienze), che attrici di fiction sono scelte da chi sta al potere.... potrei andare avanti all'infinito.
ma potrei anche dirti che molti ce la fanno ad essere felici nonostante queste pressioni, facendo quel che vuole nel loro piccolo...
è quello che faccio io e gran parte delle persone che apprezzo come Andrea Di Bari come regista e come Claudia Dicasale produttrice.

Ancora grazie di tutto!!!
Grazie anche a te Roberta!
Buon natale a tutti

p.s. in caso non dovessi rispondere ad una tua eventuale risposta non è perchè non so cosa dirti, ma semplicemente perchè non mi collego ad internet o al tuo blog.
Arrivederci
10:52 PM, dicembre 18, 2009


Anonimo ha detto...

mi scuso con chi leggerà il mio post perchè ci sono qualche errori di battitura ed ortografia causa stanchezza della settimana lavorativa.
Grazie ancora

Jessica Cavallo
10:54 PM, dicembre 18, 2009


Alessandro Paesano ha detto...

Detto questo, non ti voglio convincere a cambiare idea, perchè sarebbe alquanto difficile, dato che mi sembra dal modo in cui tu scrivi che sei una persona parecchio scrontrosa ed arrabbiata con il mondo e non mi interessa sapere perchè. Ci sono persone che hanno studiato "psicologia" ed aiutano a superare certi traumi.
Tutto qui?
Il tuo confronto dialettico finisce qui?
Eppure di cose ne ho dette sul corto che hai prodotto. Te la cavi consigliandomi lo psicologo...
Vedi non dovevi convincermi a cambiarmi idea. Io ho espresso moltissime idee sul corto, e le ho tutte motivate. Posso aver detto tante sciocchezze, mica sono infallibile, ma, nel caso, mi mostri dove e perchè?
E' più comodo dire che sono cattivo e da manicomio... In perfetto stile berlusconiano. Mai affrontare pacificamente le mie affermazioni, la mia lettura critica. Perché non si tratta di idee ma di lettura critica... Un campo che siamo sempre meno abituati a coltivare...
Ma questo non lo ha fatto nessuno finora...

Io ho espresso un parere almeno. E lo ho argomentato. Nessuno ha ritenuto necessario entrare nel merito delle mie argomentazioni...
Aspetto ancora fiducioso...
11:16 PM, dicembre 18, 2009


Anonimo ha detto...

Il talento di Fabio è giocare a biliardo. Ha una famiglia, al cui mantenimento non riesce più a contribuire perché è stato licenziato. Allora, cavalcando l’idea di un momento, riprende a giocare. Vincendo al gioco, porta a casa qualche euro per i suoi, fino all’occasione della partita col viceministro.
Di fronte alla sconfitta sempre più schiacciante, Carpazio sceglie di corrompere fabio, “perché non può perdere di fronte ai suoi uomini, e per altri motivi suoi personali”.
Tutto va a rotoli, e quando si sente offeso dalla donna, la schiaffeggia e (dopo la bottiglia in faccia) prende la pistola dalla guardia del corpo e la uccide.
Stesso destino a fabio, testimone della scena.
Il senso di tutto è chiaro, a mio avviso. Si parla dell’oggi: delle notizie di licenziamenti che sentiamo ogni giorno, di posti a rischio, di precariato, di sfruttamento… tanto ripetute da farle sembrare parole vuote o “risapute”, anche se le viviamo (io stesso e molti miei colleghi nella stessa condizione) ogni giorno. Fabio ritrova un pizzico di dignità e di amor proprio curando il proprio talento, e occupandosi dei suoi grazie ad esso.
Carpazio è il simbolo dello schiacciamento di quel talento, della logica del potere sopra quella del merito. Non è importante che “vinca il migliore”, l’importante è salvare la faccia e i cazzi propri. E se si ha il potere lo si può fare, poco importa chi ne paga lo scotto. Ed è quello che succede al talento di Fabio: Carpazio si vede battuto e la sua risposta alla sconfitta (così come alle offese, così come alla bottigliata) è la “violenza” in senso lato: la corruzione, lo schiaffo, l’omicidio. Mai l’ammissione di sconfitta, e magari una stretta di mano con un “complimenti”. Il talento non ha uno spazio nella sua visione, ne ha invece il raggiungimento dei suoi scopi personali.

Non si parla di una storia “reale” in senso stretto. Certo, ci si può perdere in particolari come la figura del viceministro “introdotta nell'ordinamento italiano con la legge n. 81 del 2001”, o in quale paio di pantaloni fosse la pistola che ha ucciso la donna, o su un presunto “criptomachismo” di una battuta della moglie di fabio (ellamaddonna! Giusto per rispondere, in quella battuta –voi maschi sempre dopo c’arrivate- io c’ho letto la frustrazione e l’astio della donna nei confronti del marito disoccupato, un modo tra le righe per sfogarsi della situazione preoccupante contro il marito sottolineando la sua condizione), o sul diritto o meno di una guardia del corpo di difendere a parole il suo protetto.
Ma personalmente credo che sia un errore, come guardare il dito di un uomo che punta verso la luna e commentare “quell’unghia incarnita è proprio brutta!”.
Giacomo
11:43 PM, dicembre 18, 2009


Alessandro Paesano ha detto...

Non si parla di una storia “reale” in senso stretto.
beh il registro del corto è molto realistico...
Però le azioni del viceminsitro sono proprio esagerate rispetto il mondo reale.
non c'è bisogno di arrivare a tanta sfrontatezza e violenza per denunciare al corruzione che dici tu.
Mi piace la metafora che usi.
ma io credo che il corto non indichi già la luna ma ricreo una sua versione di luna
per rimanere in metafora
io critico quella dico che quella è incarnita non il dito...

Comunque grazie per il confronto vero...
Probabilmente ho dato molte cose scontate nel mio post,
Apprezzo il punto di vista del corto, Mi è piaciuto tantissimo il personaggio della signora e anche quello di Fabio. Solo che trovo esagerata la fine di fabio per i motivi che ho già detto nel post...
12:25 AM, dicembre 19, 2009

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domenica 20 dicembre 2009

Burn After Reading - A prova di spia (USA, 2008) di Joel e Ethan Coen



I Coen questa volta si divertono davvero con attori amici come Clooney e McDormand (che è qualcosa di più di un'amica avendo sposato uno dei due fratelli) e con new entry come Tilda Swinton. Ma il loro mondo di losers anche un po' ipodotati sul piano intellettuale è comunque ricco di un retrogusto amaro. Il microcosmo che vanno a raccontarci prendendo le mosse da una visione satellitare del nostro pianeta e andando a stringere su Washington è fatto di gente che agisce senza pensare mai alle conseguenze.

Il divertimento per i due consiste nel realizzare un film 'alla Landis' mutandone il segno. Il riferimento a Chevy Chase protagonista dell'indimenticato Spie come noi è addirittura esplicito. Ma, come sempre accade con i più intellettuali dei registi americani (anche quando sembrano muoversi in assoluta scioltezza alla ricerca del divertissement più puro), tutto è molto più complesso di come appare a una lettura superficiale. In una società in cui tutti hanno sogni alimentati dal bisogno di apparire (le memorie dell'ex spia, gli interventi di chirurgia estetica per la donna che rifiuta chi ha vicino per ficcarsi in storie cercate via Internet) i Coen inseriscono un doppio salto mortale. Non cercano infatti di farti dimenticare chi sono gli attori o le attrici che stanno interpretando i ruoli principali cercando di farti appassionare ai loro personaggi. Lavorano invece sulla loro presenza caricando le caratterizzazioni (impagabile quella di Brad Pitt) in modo che lo spettatore abbia sempre l'attenzione divisa in due. Da un lato osservi ciò che fa Harry ma, al contempo, sei quasi costretto a dirti "Guarda come se la cava bene Clooney nel tornare a fare l'idiota per i due fratelli". È questa costante altalena che fa sì che questo film, che alcuni potrebbero considerare come 'minore' nella filmografia coeniana, si collochi invece alla perfezione nella consapevole e continua ricerca di uno sguardo che non dimentica mai una proposta 'alta' delle potenzialità del cinema. Giancarlo Zappoli MyMovies.it

Soggetto e Sceneggiatura: Ethan Coen, Joel Coen
Produzione: Mike Zoss Productions, Relativity Media, Studio Canal, Working Title Films
Distribuzione (Italia): Medusa Film

Interpreti e personaggi
* Brad Pitt: Chad Feldheimer
* George Clooney: Harry Pfarrer
* John Malkovich: Osbourne Cox
* Tilda Swinton: Katie Cox
* Frances McDormand: Linda Litzke
* Richard Jenkins: Ted Treffon
* J.K. Simmons: Presidente CIA
* David Rasche: agente CIA

Doppiatori italiani:
* Sandro Acerbo: Chad Feldheimer
* Francesco Pannofino: Harry Pfarrer
* Luca Biagini: Osbourne Cox
* Anna Cesareni: Katie Cox
* Antonella Giannini: Linda Litzke
* Franco Zucca: Ted Treffon
* Sandro Iovino: Presidente CIA
* Michele Gammino: agente CIA

Fotografia: Emmanuel Lubezki
Montaggio: Roderick Jaynes
Musiche: Carter Burwell
Scenografia: Jess Gonchor

sito italiano del film.


Intervista (dal sito Film Up


Come ti sei sentito a fare la parte di un idiota in questo film?
Brad Pitt: da tempo cercavo di entrare a far parte del cast di un film dei Coen. Quando mi è arrivato il copione e ho letto la sceneggiatura, ho pensato subito di accettare, ma quando ho saputo che la parte era stata scritta apposta per me non sapevo se dovevo sentirmi lusingato o offeso…

Cosa vi ha attratto di questi personaggi così divertenti ma drammatici per la loro condizione esistenziale?

Tilda Swinton: è molto divertente il fatto che certe situazioni e certi errori possano capitare a Washington Dc.

Come mai i personaggi hanno quasi tutti nomi tedeschi?
Ethan Coen: siamo incappati in questi nomi….non ci avevo mai pensato che fossero nomi tedeschi…ma non so il motivo.

Signor Clooney come è stato lavorare nuovamente con Brad Pitt?
George Clooney: io e Brad in questo film abbiamo lavorato insieme in un'unica scena, di cui non posso parlare per non svelare il finale, ed è stato molto divertente.

Signor Clooney, non è la prima volta che ci esprime una particolare prospettiva degli agenti di polizia, come mai?
George Clooney: vorrei avere una risposta intelligente, ma in verità quando mi hanno inviato il copione ho visto che era molto divertente, non avevo considerato il fatto di rientrare nella parte di un agente, non c'era sicuramente nessun intento politico.
Signor Clooney, come può descrivere la natura del suo personaggio in questo film?
George Clooney: nel primo film che i fratelli Coen mi hanno chiesto di interpretare, "Fratello dove sei", mi hanno detto di non preoccuparmi che il mio personaggio era il più intelligente di tutto il film. In questo caso, visto che hanno scritto questa parte appositamente per me, non mi sento proprio di commentare.


I vostri film si possono suddividere in divertenti o seri, come scegliete quale tipo realizzare?
Joel Coen: si, in effetti sono al corrente che alcuni film vengono visti come più divertenti di altri, ma devo dire che la scelta avviene in modo casuale e dipende solo da aspetti banali di produzione. Non c'è nessuna deliberazione.

Quanto spazio avete avuto per lanciarvi nell'improvvisazione?
Brad Pitt: beh! Lo spazio ci sarebbe anche stato, ma la sceneggiatura era già molto divertente e non c'è stato bisogno di improvvisare.
Frances McDormand: nel film dei Coen di solito non si improvvisa, se si va fuori copione la scena non funziona più come dovrebbe. E poi loro sono dei tiranni se si tenta di improvvisare fermano tutto.

In questo film si nota una complessità rispetto agli altri nella scelta di avere più protagonisti, cosa che si è vista solo in "LadyKillers".

Ethan Coen: è la natura stessa del film che ci ha portato a pensare la sceneggiatura intorno a tanti attori, "LadyKillers" era diverso visto che si tratta di un remake.

Come al solito aspetto commenti, osservazioni. su un film che sembra facile ma non lo è. Un film nel quale nulla sembra quello che è e la risata, a ben vedere, è sempre a denti stretti.

Ancora un po' di materiali.

Uno splendido slide show sulla genesi del poster (in  inglese... i/le più pigri/e di voi  possono sempre guardare solamente le figure...).

Il trailer italiano del film...


Questo è quello in lingua originale


Che impressione dà(nno) rispetto al film?

Come al solito SCRIVETE!

lunedì 30 novembre 2009

Il papà di giovanna (Italia, 2008) di Pupi Avati

Come si legge un film?
Se è vero che la prima impressione è sempre di pancia, il film ci coinvolge o no, ci piace o no, da dove partiamo per farne un'analisi meno soggettiva e personalistica?
In questo caso, trattandosi di un film storico, quando influisce la nostra conoscenza (o men) dell'epoca in cui il film è stato ambientato?
Da questo punto di vista, funziona proprio tutto nel film?
Lasciate un commento in questo senso sentendovi libere/i di dire qualunque cosa vi venga in mente (sul film).






Cosa hanno detto gli altri 
Da filodrammatica, invece, le grida sguaiate e gli sguardi alteri di Manuela Morabito, improbabile madre della vittima. A rovinare la sospensione di incredulità, più di alcuni dettagli non proprio verosimili (i matti costantemente sopra le righe nel manicomio di Reggio Emilia) e di scelte un po' scontate (ancora un parto sotto le bombe a dimostrare la forza della vita), è soprattutto il troppo silicone che circola sulle labbra di più di una delle interpreti femminili, che catapulta, di colpo, nella gelida contemporaneità.

Luca Baroncini Spietati.it
...ma per il resto visibilmente intorpiditi dall'inesperienza drammatica di alcuni degli attori secondari scelti più per blasone ed amicizia che per effettiva attinenza al ruolo (vedi Ezio Greggio, la bolognese doc Serena Grandi e a tratti anche una rigidissima Francesca Neri). Se ci aggiungiamo poi qualche intoppo storico-temporale (i personaggi sembrano invecchiare solo anagraficamente e mai nell'aspetto) e qualche pausa di troppo vediamo delinearsi davanti ai nostri occhi la sagoma di un'opera tutto sommato dignitosa dal punto di vista della ricostruzione visuale ma incapace di arrivare al cuore e di emozionare. Silvio Orlando è da applausi, la regia scolastica, la locandina ammicca diabolicamente alla commedia, il finale è da dimenticare, come tutta la seconda parte del film.
Luciana Morelli Movieplayer.it

Nel 'Papà di Giovanna' ci sono errori di procedura penale, anacronismi lessicali e improprietà geografiche, ma queste imperfezioni sono esigue rispetto alle qualità dell'opera: impeccabile scelta degli attori (la Rohrwacher è da coppa Volpi), ritmo giusto, fotografia calibrata, memoria delle vittime dei bombardamenti intrisa d'affetto, coraggio e senso della misura nel rappresentare i crimini dell'epurazione. E quando Avati ha ricordato ai giornalisti incerti che quei fatti li ha visti, non gli sono stati raccontati, ha avuto fermezza, non è scivolato nel piagnisteo".

(Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 1 settembre 2008)

"La prima parte de 'll papà di Giovanna' di Pupi Avati, seconda opera italiana in concorso, è molto bella. Poi il film si slunga, diventa un prolungamento non necessario della narrazione, con episodi storici e lieto fine banali. Silvio Orlando è straordinario nella parte del padre che ama e protegge troppo, con attenzione ossessiva e presuntuosa illusione, la figlia adolescente psichicamente poco equilibrata. Alba Rohrwacher è brava nella parte di Giovanna, niente affatto innamorata del padre ma della madre che la ignora, assassina per gelosia (...) processata e ricoverata in manicomio criminale. Se non fosse matta, la storia starebbe forse in piedi meglio, ma davvero profondamente disturbata. Nel lungo epilogo, punteggiato di storie di guerra e dopoguerra, processi a fascisti e fucilazioni, la ragazza esce di manicomio, rivede per caso la madre che l'aveva abbandonata: la triste famiglia si ricomporrà".


(Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 1 settembre 2008)

"Pupi Avati, invece, resta fedele al suo stile tradizionalmente realista, a un cinema pacato e lineare dove l'accento è messo sulle psicologie delle persone e l'attenzione si punta su chi sta negli ultimi ranghi, non in prima fila. E lo fa qui con una misura e un pudore che da tempo non gli riconoscevamo più. (...) Avati racconta questa storia, che attraversa la guerra e si conclude nei primi anni Cinquanta, come un piccolo romanzo familiare, privilegiando i rapporti tra padre e figlia ma offrendo anche alla madre la possibilità di far capire la sua freddezza e di vivere uno scampolo d'amore con il vicino. E se si esclude la sbavatura della scena in cui Greggio viene fucilato dai partigiani, che sembra più debitrice delle polemiche resistenziali che di una vera necessità narrativa, il film evita molte trappole avatiane, cancella la facile mitologia sui perdenti e scava dentro un rapporto tutt'altro che scontato".


(Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 1 settembre 2008)





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