ALESSANDRO PAESANO BLOG

Il blog dedicato alle vostre lezioni di cinema


mercoledì 23 marzo 2011

II G, I E Ora tocca a voi!

Ciao. Vi ricordo cosa dovete fare per il prossimo incontro.

1) postare un riassunto di quanto detto (e visto) in classe oggi. Uno per classe. fermo restando che chiunque può lasciare commenti, domande osservazioni critiche.

2) ripassate tutti gli appunti presi e se c'è qualcosa che non avete capito chiedete pure.

3) Vedete il sommario di tutti e 6 i TG. Scegliete una notizia (non necessariamente la più importante ma quella con la quale secondo vuoi si può lavorare bene) scegliete due TG (ababstanza diversi tra di loro) e confrontate i due servizi sulla stessa notizia.

I due DVD che ho fornito ad ogni classe sono diversi quindi non c'è pericolo che facciate gli stessi servizi dell'altra classe.

Dovrete prima analizzare ognuno dei due servizi. farne l'analisi usando gli strumenti critici visti in classe insieme. e poi fare un confronto.

Se avete difficoltà contattatemi pure. Io sono qui per voi.

mercoledì 16 marzo 2011

II G, I E Prima lezione sul TG

Ciao!
ecco il vostro primo post.

Vi ricordo che PRIMA di mercoledì prossimo dovete postare UN riassunto per classe preso dai vsotri appunti.
Un riassunto critico, che sottolinei i passaggi poco chiari o quelli sui quali avete dei dubbi o, udite udite!, non siete d'accordo.

Al di là del riassunto potete intervenire per dire la vostra su tutti gli argomenti che abbiamo trattato oggi.

Dai luoghi comuni al sessismo, dal maschilismo al razzismo all'omofobia chi ha commenti da fare? Chi vuole dire la sua?

Ricordatevi inoltre che dovete cercare di dare una vostra definizione di destra e sinistra senza usare personaggi o partito nella definizione ma indicando solo idee e valori.

Come vi accennavo in classe ecco la canzone (ironica ) di Gaber su quest'argomento. Non dovete necessariamente partire da qui ma è pur smepre uno spunto.


Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Fare il bagno nella vasca è di destra
far la doccia invece è di sinistra
un pacchetto di Marlboro è di destra
di contrabbando è di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Una bella minestrina è di destra
il minestrone è sempre di sinistra
tutti i film che fanno oggi son di destra
se annoiano son di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Le scarpette da ginnastica o da tennis
hanno ancora un gusto un po' di destra
ma portarle tutte sporche e un po' slacciate
è da scemi più che di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

I blue-jeans che sono un segno di sinistra
con la giacca vanno verso destra
il concerto nello stadio è di sinistra
i prezzi sono un po' di destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
I collant son quasi sempre di sinistra
il reggicalze è più che mai di destra
la pisciata in compagnia è di sinistra
il cesso è sempre in fondo a destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
La piscina bella azzurra e trasparente
è evidente che sia un po' di destra
mentre i fiumi, tutti i laghi e anche il mare
son di merda più che sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

L'ideologia, l'ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è la passione, l'ossessione
della tua diversità
che al momento dove è andata non si sa
dove non si sa, dove non si sa.

Io direi che il culatello è di destra
la mortadella è di sinistra
se la cioccolata svizzera è di destra
la Nutella è ancora di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Il pensiero liberale è di destra
ora è buono anche per la sinistra
non si sa se la fortuna sia di destra
la sfiga è sempre di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Il saluto vigoroso a pugno chiuso
è un antico gesto di sinistra
quello un po' degli anni '20, un po' romano
è da stronzi oltre che di destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

L'ideologia, l'ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è il continuare ad affermare
un pensiero e il suo perché
con la scusa di un contrasto che non c'è
se c'è chissà dov'è, se c'é chissà dov'é.

Tutto il vecchio moralismo è di sinistra
la mancanza di morale è a destra
anche il Papa ultimamente
è un po' a sinistra
è il demonio che ora è andato a destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
La risposta delle masse è di sinistra
con un lieve cedimento a destra
son sicuro che il bastardo è di sinistra
il figlio di puttana è di destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Una donna emancipata è di sinistra
riservata è già un po' più di destra
ma un figone resta sempre un'attrazione
che va bene per sinistra e destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Basta!


IV G Io non ho paura bis



 Eccoci di nuovo qui!

Vi ricordo di postare il riassunto del secondo incontro: di che abbiamo parlato?

Per quanti di voi non c'erano chiedete pure numi ai vostri compagni\e di classe e poi rivolgetevi a me per eventuali delucidazioni.

Come esercizio per casa cercate nel film una scena che vi ha colpito con praticare riferimento al suo essere una scena simbolica.
A differenza del romanzo, infatti, abbiamo notato che il film solo apparentemente è realistico mentre in realtà è simbolico.
Ora sta  a voi! scrivete, chiedete, protestate, ma non ignorate questo post!!!

domenica 13 marzo 2011

Il concerto (Belgio, 2009) di Radu Mihăileanu.

Ecco la locandina italiana



Questa quella presentata al Festival del cinema di Roma.


Vedrete il film in versione originale con sottotitoli in italiano perchè il doppiaggio italiano dà ai personaggi russi un ridicolo accento finto russo del tutto ingiustificato


Una sola domanda: ci sono luoghi comuni nel film ? Se sì quali? Di che livello? Offensivi nei confronti di chi?

Ci vediamo lunedì prossimo (dopo la visone posterò alcuni articoli...)

martedì 8 marzo 2011

IV G Io non ho paura, dal Libro al Film

Ciao!
Grazie dei vostri commenti.
dato il limite di lunghezza nei commenti ho deciso di postare i vostri commenti e le mie risposte direttamente qui!

Ecco il commento (e le mie risposte...) di Beatrice Rossi
RIASSUNTO.
Allora il libro "Io non ho paura" di Niccolò Ammaniti presenta analogie e differenze con il film di Salvatores.
mmm perdona la pignoleria ma essendo il libro precedente al film è questo che ha analogie e differenze col libro e non viceversa...


Inizialmente si è discusso della focalizzazione, che in questo caso cioè del film, è interna. La discussione è proseguita incominciando a trattare delle diverse inquadrature presenti nel film, che in qualche modo risaltano molto la figura del protagonista-narratore.

Mentre nel romanzo narratore e protagonista coincidono nel film non è così.
Il narratore pur seguendo Michele, il protagonista si distingue per mostrare a noi spettatori Michele e gli altri da punti di vista particolari (riprenderemo questo in classe domani)

E' presente nella prima parte di esso un'inquadratura dal basso, proprio nel momento in cui Michele, il protagonista, scopre il nascondiglio nel quale si trova il bambino sequestrato cioè Filippo. E' possibile notarla grazie alla ripresa effettuata sul piede, chiamato comunemente nel gergo "jump cut", dove tra l'altro è possibile notare il punto di vista del regista. Proprio perchè a differenza del libro, nel film ci sono riprese fatte secondo il regista e altre fatte secondo il punto di vista di Michele.

Ok. Naturalmente in questo caso regista significa "istanza narratrice del film" non già direttamente la persona concreta di Salvatores....

Un esempio di quest'ultimo è possibile notarlo nel momento in cui Michele gioca con i suoi amici e poi si lascia cadere a terra nel campo, questa è l'inquadratura dall'alto. Un altro esempio di quest'ultima ci viene dato nella scena in cui Michele vede Filippo per la prima volta. Mentre un esempio di inquadratura dal basso ci viene fornito dalla scena durante il quale Michele cade sempre nel campo, segue il momento di buio momentaneo e subito notiamo un'inquadratura abbastanza soggettiva a partire dall'occhio di Michele dove sono presenti molti particolari come la formica che attraversa il suo occhio. Inoltre il libro ci viene presentato attraverso un incipit in medias res ossia già iniziato, mentre nel film non avviene analogamente perchè in quest'ultimo la scena inizia prima e non avvengono digressioni come nel libro, poichè nel cinema sono futili e inutili le lunghe pause.

Wow wow, aspetta! E' una scelta di stile di Salvatores. (e degli sceneggiatori del film) ma poteva benissimo seguire il libro anche nelle digressioni (anche di questo parleremo domani)

Il cinema è molto espressivo e presenta un piano di ascolto, ossia viene messa in risalto la reazione di un personaggio. Sono presenti sempre nel flm sequenze sonore che sono altrettanto soggettive.

Detto così stai dicendo che "non sono obbiettive" ma appunto, soggettive. L'inquadratura soggettiva (al singolare) indica quando la mdp assume il punto di vista di uno dei personaggi. (anche di questo riparleremo)
Infine ci siamo soffermati sulla differenza fra tempo della storia e tempo del racconto che cambiano a seconda di ciò che si vuole rappresentare. Ad esempio se il tempo della storia è maggiore rispetto a quello del racconto abbiamo ellissi.

diciamo che senza ellissi i racconti cinematografici sarebbero cosa ben misera...


Per quanto riguarda invece le opinioni personali riguardo temi diversi come la caratteristica misogina che si può scorgere da parte dell'autore [del romanzo] anche osservando e ascoltando alcune sequenze del film, io credo che questo sia un'aspetto fondamentale perchè l'autore ci mostra a tutti gli effetti il suo maschilismo e la visione sessista che ha a riguardo. [più il romanzo che il film]
Un conto è mostrare il sessismo e il maschilismo di un personaggio (queste caratteristiche le ha lui non è detto che l'autore sia d'accordo) un conto è notare quando invece nel modo di raccontare la storia certi passaggi sono presentati in modo sessista e maschilista, come avviene nel romanzo ma NON nel film.

Io personalmente non ho una visione sessista [meno male, nessuno dovrebbe averla. Non si può tollerare il sessismo in nome di una asettica democrazia. Il sessismo è un pensiero da vituperare]
e la penso in modo completamente diverso dall'autore che si dimostra invece di essere retrogrado mentalmente. Ci sono state numerose lotte per la parità dei sessi e sopratutto per far valere la dignità della donna contro il maschilismo, ma purtroppo devo ammettere che ancora oggi non credo che ci sia una vera e propria parità dei sessi e questo a volte dipende anche dalla cultura, dagli usi e costumi di un paese. Forse nonostante i grandi passi da gigante fatti nella storia, nella società odierna rimane un pizzico di maschilismo. Infine invece per quanto riguarda il parere sul comportamento e gli atteggiamenti vari riferiti al fratello del Teschio, cioè Felice: personalmente non mi ero accorta dei possibili atteggiamenti che potrebbero far dubitare dell'etero-sessualità di questo ragazzo. L'esempio lampante è il momento in cui egli ascolta musica perlopiù Mina e al contempo balla e canta ma subito dopo fa delle flessioni. Pensandoci bene non mi viene proprio da dubitare ma certamente da dire che sono evidenti le debolezze a livello caratteriale e non solo di Felice. Lo si può notare anche dal semplice fatto che pur di dimostrare la sua virilità, la sua forza fa delle flessioni e chi cerca a tutti i costi di dimostrarsi forte secondo me deve essere invece riconosciuto come il più debole. Bisogna essere se stessi e non ci si può nascondere dietro comportamenti strani soltanto per non far trasparire chi si è veramente. Bisognerebbe accettarsi per come si è, senza avere paura degli altri e soprattutto senza avere paura di se stessi riconoscendo i proprio limiti e i proprio punti di forza.

E' interessante notare anche come se uno non si conforma a certi atteggiamenti ritenuti "normali" si è subito additati come diversi.
Intento dire che la categoria omosessuale non indica solo una persona che è attratta sessualmente e sentimentalmente da persone dello stesso sesso, ma indica anche un'altra categoria, molto più astratta e fumosa di diversità.
Sì dà del "frocio" per offendere, per sottolineare che si è poco virili, che non si guarda alle donne secondo i canoni del maschilismo...
Allora mentre è indubbio che se si ha un altro orientamento sessuale bisogna accettarsi e non vergognarsene se uno ha un approccio con le donne che non è quello classico maschilista non deve accettare nulla perchè in lui non c'è comportamento strano casomai sono gli altri ad essere strani (anche di questo riparleremo in classe domani)

Ed ecco quello di Giorgia Basile
“Io non ho paura” il film presenta delle differenze con il libro. Il libro ha uno stile molto forte a livello linguistico e è molto misogino e leghista [mettilo tra virgolette...], come l’ha fatto ben notare il professore. Anche se, a mio parere, questi due aspetti soprattutto la parte misogina è ben presente anche nel libro.
Infatti io parlavo del libro più che del film...

A livello tecnico nel film troviamo molte inquadrature soggettive, molte dall’alto e dal basso, creando uno stile di racconto. Per l’uso di una buona tecnica il film è elegantissimo, facendo delle inquadrature come dandoci la visione del narratore. Questi come tutti i libri o i film hanno un lettore o uno spettatore ideale. Dal libro nella parte iniziale è subito evidente che, parlando di quando era piccolo, ora è adulto e stà raccontando. Più avanti nella descrizione della gara tra i bambini fa una descrizione della bambina come una scrofa, usa un registro molto forte, parla male delle donne, da episodi come questo che traspare l’aspetto misogino. Nel film durante i commenti del regista afferma di non aver usato degli attori bambini ma proprio di aver preso dei bambini che più inquadrassero il personaggio del racconto. Nella scena della punizione post-gara, quando la bambina stà per affrontare la pena c’è un’inquadratura che permette di vedere il viso di Michele e della bambina, entrambi impauriti, sconvolti, il regista ha voluto dare allo spettatore un privilegio. In un’altra scena del film, quando Michele è in stanza con l’ospite, l’inquadra permette di vedere nitidamente solo il viso di Michele, in parte, questa inquadratura è detta piano d’ascolto perché allo spettatore interessa solo la reazione del bambino. In questa scena però troviamo una differenza con il libro perché è omessa la parte in cui racconta la sua storia di padre e marito, quasi il regista volesse far capire che è impossibile che un uomo con figli possa avere il coraggio di uccidere brutalmente un bambino indifeso. Un’altra scena importante è quella in cui Michele fa a braccio di ferro con il padre, che lo accusa di essere una femmina con disprezzo per l’altro sesso, si sottolinea un patriarcato, l’uomo che è più aitante fisicamente. Ma è evidente che il padre non sa rapportarsi con il figlio, che solo con i giochetti riesce ad attirare la sua attenzione. Nella scena sono d’impatto anche gli sguardi silenziosi e della bambina ma soprattutto della madre su entrambi, che pur rimanendo nei ranghi con lo sguardo comunica tutto il suo pensiero, il suo volere che il figlio non diventi come il marito, che vada via da quel posto una volta cresciuto. La donna se pur sminuita ha un ruolo veramente importante, il suo valore, che nell’imbruttimento sociale e nella decadenza soffre in silenzio.

Una cosa che forse non è evidenziata a sufficienza, secondo me, è che una cosa orribile quale il rapimento di un bambino solamente gli uomini sono in grado di compierlo, le donne sono costrette a essere spettatrici silenziose senza possibilità di ribattuta.
Pur capendo quel che vuoi dire devo constatare che anche questo che dici è sessista
Un conto è dire che la donna del film subisce una scelta degli uomini (assolutamente vero). Un conto dire che, in generale, le donne non possono compiere atti violenti come gli uomini.
E' sessismo! E purtroppo esistono donne così...
Nella Fra i paratesti più comuni, possiamo citare i titoli di ogni genere, le sigle televisive o radiofoniche, le icone nei software dei computer, le dediche, le interviste all’autore, i sipari teatrali ecc.


Il paratesto di un libro, è costituito dalle sue introduzioni e postfazioni, dal colophon, dalla copertina, dal formato (grande o tascabile), ma anche dai testi pubblicitari che lo presentano in libreria.


Il campo editoriale è stato quello finora utilizzato per gli esempi. Ma anche nel giornalismo, ad esempio per quanto riguarda la carta stampata, è paratesto il formato del giornale, la divisione in sezioni dei contenuti, la composizione grafica delle pagine, l’apparato di immagini a corredo dei testi, la mole di tabelle, grafici, schemini, riassunti ecc. che rientra nell’infografica, i titoli, con occhielli, sommari, catenacci ecc., e questo considerando il solo peritesto.


In campo cinematografico una forma notissima di epitesto (editoriale) sono i trailer dei film che precedono l’uscita del film stesso ma anche le interviste al regista, agli attori ecc. Sono paratesto anche i sottotitoli in altra lingua, i titoli d’inizio e di coda con le relative musiche, a meno che non si tratti della colonna sonora del film che ha una natura differente.


In televisione il paratesto è presente in ogni trasmissione con sigle, tabelle informative, numeri in sovrimpressione, titoli dei servizi, sottotitoli in lingue differenti ecc. ma nuove categorie nascono in continuazione grazie al digitale terrestre e all’interattività.
(fonte

Potete postare un riassunto completo, o parziale, critico, oppure nel quale chiedete spiegazioni (o sollevate dubbi...).


2) Scrivete quel che pensate dell'approccio critico al film e al romanzo che vi sto proponendo ai contenuti maschilisti\misogini del libro e alla forma del film che ho definito "elegante".


Eccovi, come promesso, un po' di link.


Intanto il romanzo in formato pdf (se vi dovesse far comodo...) lo trovate qui.

Poi ecco l'articolo sull'esperimento sullo stress da prestazione:
La minaccia dello stereotipo



A proposito di alcune scene che vi ho proposto stamane ecco com'è nel libro la scena di Felice, il fratello del Teschio, nel libro:

Mi è venuta paura delle vipere, così, all'improvviso.
Fino a quel giorno, quando salivo sulla collina, non ci avevo pensato mai alle vipere.
Continuava a balenarmi davanti l'immagine di quel bracco che ad aprile era stato morso sul naso da una vipera. La povera bestia era stesa in un angolo del capannone, ansimante, con l'occhio fisso, la schiuma bianca sulle gengive e la lingua di fuori.
"Oramai non c'è più niente da fare". Aveva detto il padre del Teschio. "Il veleno gli è entrato nel cuore.
Stavamo tutti in cerchio a guardarlo.
"Portiamolo a Lucignano. Dal dottore degli animali," avevo proposto.
"Soldi buttati. E' un ladro quello, gli fa una siringa d'acqua e ti ridà il cane morto. Andate via, forza, lasciatelo morire in pace". Ci aveva spinti fuori. Maria si era messa a piangere.
Attraversavo il grano e mi sembrava di vedere serpenti strisciare dappertutto. Saltavo come una quaglia e con una mazza menavo gran colpi per terra, era un fuggi fuggì di grilli e cavallette. Il sole picchiava in testa e sul collo, non c'era un alito di vento e in lontananza la pianura era tutta sfocata.
Quando sono arrivato al margine della valle ero sfinito. Un po' d'ombra e una bevuta d'acqua era quello che ci voleva, mi sono avviato nel boschetto.
Ma c'era qualcosa di diverso dal solito. Mi sono fermato.
Sotto gli uccelli, i grilli e le cicale si sentiva della musica.
Mi sono precipitato dietro un tronco. Da lì non riuscivo a vedere niente, ma sembrava che la musica veniva dalla
casa.
Dovevo andarmene via di corsa, ma la curiosità mi spingeva a dare un'occhiata. Se facevo attenzione, se rimanevo tra gli alberi, non mi vedevano. Nascondendomi tra le querce mi sono avvicinato allo spiazzo.
La musica era più forte. Era una canzone famosa. L'avevo sentita un sacco di volte. La cantava una donna bionda con un signore elegante. Li avevo visti alla televisione. Mi piaceva quella canzone.
C'era un masso coperto da ciuffi verdi di muschio proprio al limitare della radura, un buon riparo, ci sono strisciato dietro.
Ho allungato la testa e ho spiato.
Parcheggiata davanti alla casa c'era la 127 di Felice, con le portiere e il bagagliaio aperti. La musica veniva dall'autoradio. Si sentiva male, gracchiava.
Felice è uscito dalla stalla. Era in slip. Ai piedi aveva gli anfibi e intorno al collo il solito fazzoletto nero. Ballava a braccia spalancate e ancheggiava come una danzatrice del ventre.
"Non cambi mai, non cambi mai, non cambi mai... "Cantava in falsetto, insieme alla radio.
Poi si fermava e con voce grave continuava.
"Tu sei il mio ieri, il mio oggi. Il mio sempre.
Inquietudine.
E  da  femmina.  "Adesso,  ormai,  ci  puoi  provare.  Chiamami  tormento,  dai.
Già che ci sei.
Ha indicato qualcuno. "Tu sei come il vento che porta i violini e le rose.
"Parole, parole, parole...
"Ascoltami.
"Parole, parole, parole...
"Ti prego.
Era molto bravo. Faceva tutto da solo. Maschio e femmina. E quando era uomo faceva il duro. Occhio a mezz'asta e bocca socchiusa.
"Parole, parole, parole...
"Io ti giuro.
Poi si è buttato a terra, nella polvere, e ha cominciato a fare le flessioni.
Con due braccia, con una, con lo schiaffo, e cantava tutto contratto.
"Parole, parole, parole, parole, parole, soltanto parole, parole tra noi.
Me ne sono andato.

Invece nel film...


Quali differenze notate? E quali affinità?

Per capire bene come nel romanzo viene giudicato Felice bisogna leggere quest'altra descrizione, precedente nel libro (a pag. 45):

Felice Natale era il fratello maggiore del Teschio. E se il Teschio era cattivo,
Felice lo era mille volte di più.
Felice aveva vent'anni. E quando stava ad Acqua Traverse la vita per me e
gli altri bambini era un inferno. Ci picchiava, ci bucava il pallone e ci rubava le
cose.
Era un povero diavolo. Senza un amico, senza una donna. Uno che se la
prendeva con i più piccoli, un'anima in pena. E questo si capiva. Nessuno a
vent'anni  può  vivere  ad  Acqua  Traverse,  a  meno  di  fare  la  fine  di  Nunzio
Scardaccione, lo strappacapelli. Felice stava ad Acqua Traverse come una ti-
gre in gabbia. Si aggirava tra quelle quattro case infuriato, nervoso, pronto a
darti il tormento. Fortuna che ogni tanto se ne andava a Lucignano. Ma an-
che li non si era fatto degli amici.
Quando uscivo da scuola lo vedevo seduto da solo su una panchina della
piazza.
In quell'anno la moda erano i pantaloni a zampa di elefante, le magliette strette e colorate, il montone, i capelli lunghi. Felice no, i capelli se li tagliava corti e se li tirava indietro con la brillantina, si rasava perfettamente e si vestiva con giacche militari e pantaloni mimetici. E si legava un fazzoletto intorno al collo. Girava su quella 127, gli piacevano le armi e raccontava di aver fatto il parà a Pisa e che si era gettato dagli aerei. Ma non era vero. Tutti sapevano che aveva fatto il militare a Brindisi. Aveva il viso affilato di un barra
cuda  e  i  denti  piccoli  e  separati  come  quelli  di  un  coccodrillo  appena  nato.
Una volta ci aveva detto che li aveva così perché erano ancora i denti da latte.
Non li aveva mai cambiati. Se non apriva la bocca era quasi un bel ragazzo, ma se spalancava il forno, se rideva, facevi due passi indietro. E se ti beccava a guardargli i denti erano dolori.
Poi un giorno benedetto, senza dire niente a nessuno, era partito.
Se chiedevi al Teschio dov'era andato suo fratello rispondeva: "Al Nord. A lavorare.
Questo ci bastava e ci avanzava.
Ora invece era rispuntato come un'erbaccia velenosa. Sulla sua 127 color merda sciolta. E scendeva giù dalla casa abbandonata.
Ce l'aveva messo lui il bambino nel buco. Ecco chi ce l'aveva messo.


La scena del braccio di ferro.

Eccola nel romanzo:

"E' arrivato papà!" ha gridato mia sorella. Ha buttato la bicicletta ed è corsa
su per le scale.
Davanti a casa nostra c'era il suo camion, un Lupetto Fiat con il telone verde.
A quel tempo papà faceva il camionista e stava fuori per molte settimane.
Prendeva la merce e la portava al Nord.
Aveva promesso che una volta mi ci avrebbe portato pure a me al Nord.
Non riuscivo tanto bene a immaginarmi questo Nord. Sapevo che il Nord era ricco e che il Sud era povero. E noi eravamo poveri. Mamma diceva che se papà continuava a lavorare così tanto, presto non saremmo stati più poveri,
saremmo  stati  benestanti.  E  quindi  non  dovevamo  lamentarci  se  papà  non
c'era. Lo faceva per noi.
Sono entrato in casa con il fiatone.
Papà era seduto al tavolo in mutande e canottiera. Aveva davanti una bottiglia di vino rosso e tra le labbra una sigaretta con il bocchino e mia sorella
appollaiata su una coscia.
Mamma, di spalle, cucinava. C'era odore di cipolle e salsa di pomodoro. Il
televisore, uno scatolone Grundig in bianco e nero che aveva portato papà qualche mese prima, era acceso. Il ventilatore ronzava.
"Michele, dove siete stati tutto il giorno? Vostra madre stava impazzendo.
Non pensate a questa povera donna che deve già aspettare il marito e non può aspettare pure voi? Che è successo agli occhiali di tua sorella?
Non era arrabbiato veramente. Quando si arrabbiava veramente gli occhi gli uscivano fuori come ai rospi. Era felice di essere a casa.
Mia sorella mi ha guardato.
"Abbiamo costruito una capanna al torrente, "ho tirato fuori dalla tasca gli occhiali. "E si sono rotti.
Ha sputato una nuvola di fumo. "Vieni qua. Fammeli vedere.
Papà era un uomo piccolo, magro e nervoso.
Quando si sedeva alla guida del camion quasi scompariva dietro il volante.
Aveva i capelli neri, tirati con la brillantina. La barba ruvida e bianca sul mento. Odorava di Nazionali e acqua di colonia.
Glieli ho dati.
"Sono da buttare". Li ha poggiati sul tavolo e ha detto: "Niente più occhiali.
Io e mia sorella ci siamo guardati.
"E come faccio?" ha chiesto Maria preoccupata.
"Stai senza. Così impari.
Mia sorella è rimasta senza parole.
"Non può. Non ci vede," sono intervenuto io.
"E chi se ne importa.
"Ma...
"Macché  ma".  E  ha  detto  a  mamma:  "Teresa,  dammi  quel  pacchetto  che sta sulla credenza.
Mamma gliel'ha portato. Papà lo ha scartato e ha tirato fuori un astuccio blu, duro e vellutato.
"Tieni.
Maria lo ha aperto e dentro c'era un paio di occhiali con la montatura di
plastica marrone.
"Provali.
Maria se li è infilati, ma continuava a carezzare l'astuccio.
Mamma le ha domandato: "Ti piacciono?
"Sì. Molto. La scatola è bellissima," ed è andata a guardarsi allo specchio.
Papà si è versato un altro bicchiere di vino.
"Se rompi pure questi, la prossima volta ti lascio senza, capito?" Poi mi ha preso per un braccio. "Fammi sentire il muscolo.
Ho piegato il braccio e l'ho irrigidito.
Mi ha stretto il bicipite. "Non mi sembra che sei migliorato. Le fai le flessio-
ni?
"Sì.
Odiavo fare le flessioni. Papà voleva che le facevo perché diceva che ero rachitico.
"Non è vero," ha detto Maria, "non le fa".
"Ogni tanto le faccio. Quasi sempre.
"Mettiti qua". Mi sono seduto anch'io sulle sue ginocchia e ho provato a baciarlo. "Non mi baciare, che sei tutto sporco. Se vuoi baciare tuo padre, prima
devi lavarti. Teresa, che facciamo, li mandiamo a letto senza cena?
Papà aveva un bel sorriso, i denti bianchi, perfetti. Né io né mia sorella li
abbiamo ereditati.
Mamma ha risposto senza neanche voltarsi. "Sarebbe giusto! Io con questi due non ce la faccio più". Lei sì che era arrabbiata.
"Facciamo così. Se vogliono cenare e avere il regalo che ho portato, Michele mi deve battere a braccio di ferro. Sennò a letto senza cena.
Ci aveva portato un regalo!
"Tu scherza, scherza... "Mamma era troppo contenta che papà era di nuovo
a casa. Quando papà partiva, le faceva male lo stomaco e più passava il tempo e meno parlava. Dopo un mese si ammutoliva del tutto.
"Michele non ti può battere. Non vale," ha detto Maria.
"Michele, mostra a tua sorella che sai fare. E tieni larghe quelle gambe. Se
stai tutto storto perdi subito e niente regalo.
Mi sono messo in posizione. Ho stretto i denti e la mano di papà e ho cominciato a spingere. Niente. Non si muoveva.
"Dai! Che c'hai la ricotta al posto dei muscoli? Sei più debole di un moscerino! Tirala fuori questa forza, Cristo di Dio!
Ho mormorato: "Non ce la faccio.
Era come piegare una sbarra di ferro.
"Sei una femmina, Michele. Maria, aiutalo, dai!
Mia sorella è montata sul tavolo e in due, stringendo i denti e respirando dal naso, siamo riusciti a fargli abbassare il braccio.
"Il regalo! Dacci il regalo!" Maria è saltata giù dal tavolo.
Papà ha preso una scatola di cartone, piena di fogli di giornale appallottolati. Dentro c'era il regalo.
"Una barca!" ho detto.
"Non è una barca, è una gondola," mi ha spiegato papà.
"Che è una gondola?
"Le gondole sono le barche veneziane. E si adopera un remo solo.
"Che sono i remi?" ha domandato mia sorella.
"Dei bastoni per muovere la barca.
Era molto bella. Tutta di plastica nera. Con i pezzettini argentati e in fondo un pupazzetto con una maglietta a righe bianche e rosse e il cappello di paglia.
Ma abbiamo scoperto che non la potevamo prendere. Era fatta per essere messa sul televisore. E tra il televisore e la gondola ci doveva stare un centrino di pizzo bianco. Come un laghetto. Non era un giocattolo. Era una cosa
preziosa. Un soprammobile.


Infine come mi ha richiesto qualcuno di voi ecco il link ai diari di Eva di Mark Twain. E qui una bellissima edizione illustrata... in inglese.

lunedì 7 marzo 2011

II E prima del questionario

Intanto mi volevo complimentare con voi perchè avete fatto un buon lavoro di analisi dei tg, usando con lucidità e consapevolezza gli strumenti critici visti insieme.


Vi ribadisco le raccomandazioni che vi ho fatto stamane di persona.

1) POSTATE IL RIASSUNTO DELLA II LEZIONE
    tanto dovete rivedere tutti gli appunti presi, dunque....

2) Rileggete (appunto) tutti gli appunti presi. Per qualunque dubbio non fatevi scurpolo di chiedere. Per chi di voi è stato assente a uno dei primi due incontri chiedete gli appunti ai vostri compagni (magari più di uno così confrontate appunti diversi). Fatevi una vostra idea e, anche lì, se non capite, se avete dubbi, scrivetemi sul blog. NON CENSURATEVI! Non esistono domande stupide, l'unica domanda stupida è quella che non viene fatta.
Aspettando che qualcuno di voi posti qui il riassunto della seconda lezione, ecco il link al riassunto della prima: basta cliccare qui.

3) Il questionario (da fare in 60 minuti) consta di due parti. 6 domande a risposta multipla e 4/5 domande a risposta libera. Per le prime fate attenzione alle risposte che scegliete. Il questionario vi chiede di scegliere quella PIU' GIUSTA dunque più di una risposta può essere giusta. Non lasciatevi ingannare e scegliete le risposte migliori, quelle più giuste.

La seconda parte consta di domande a risspota libere. Non date risposte sintetiche, ma argomentate e di adeguata lunghezza. Una domanda verterà sui servizi visti stamane, dovrete scegleire tra una rosa di servizi. Naturalmente sceglierete i servizi che NON sono quelli che avete presentato in classe col vostro gruppo. Farà fede il Cognome...

Quindi, leggete, ripassate e chiedete!

Buon lavoro!

domenica 6 marzo 2011

Neorealismo VG I materiali per voi

Ed ecco i materiali che vi avevo promesso.
Buona lettura!

Intanto l'articolo integrale di Visconti sul cinema antropomorfico.


Cinema antropomorfico
di Luchino Visconti

Che cosa mi ha portato ad una attività creativa nel cinema?
(Attività creativa: opera di un uomo vivente in mezzo agli uomini. Con questo termine sia chiaro che mi guardo bene dall'intendere qualcosa che si riferisca soltanto al dominio dell'artista. Ogni lavoratore, vivendo, crea: sempre che egli possa vivere. Cioè: sempre che le condizioni della sua giornata siano libere e aperte; per l'artista come per l'artigiano e l'operaio).

Non il richiamo prepotente di una pretesa vocazione, concetto romantico lontano dalla nostra realtà attuale, termine astratto, coniato a comodo degli artisti, per contrapporre il privilegio della loro attività a quella degli altri uomini.

Poiché la vocazione non esiste, ma esiste la coscienza della propria esperienza, lo sviluppo dialettico della vita di un uomo al contatto con gli altri uomini, penso che solo attraverso una sofferta esperienza, quotidianamente stimolata da un affettuoso e obiettivo esame dei casi umani, si possa giungere alla specializzazione.

Ma giungere non vuoi dire rinchiudersi, rompendo ogni concreto legame sociale, come a molti accade, al punto che la specializzazione finisce sovente col prestarsi a colpevoli evasioni dalla realtà, e in parole più crude: al trasformarsi in una vile astensione.

Non voglio dire che ogni lavoro non sia lavoro particolare e in un certo senso "mestiere". Ma sarà valido solo se sarà il prodotto di molteplici testimonianze di vita, se sarà una manifestazione di vita.

II cinema mi ha attirato perché in esso confluiscono e si coordinano slanci e esigenze di molti, tesi per un lavoro complessivo migliore. E chiaro come la responsabilità umana del regista ne risulti straordinariamente intensa, ma, purché egli non sia corrotto da una decadentistica visione del mondo, proprio da essa verrà indirizzato sulla strada più giusta.

Al cinema mi ha portato soprattutto l'impegno di raccontare storie di uomini vivi: di uomini vivi nelle cose, non le cose per se stesse.

Il cinema che mi interessa è un cinema antropomorfico.
Di tutti i compiti che mi spettano come regista, quello che più mi appassiona è dunque il lavoro con gli attori; materiale umano con il quale si costruiscono questi uomini nuovi, che, chiamati a viverla, generano una nuova realtà, la realtà dell'arte.

Perché l'attore è prima di tutto un uomo. Possiede qualità umane-chiave. Su di esse cerco di basarmi, graduandole nella costruzione del personaggio: al punto che l'uomo-attore e l'uomo-personaggio vengano ad un certo punto ad essere uno solo.

Fino ad oggi, il cinema italiano ha piuttosto subito gli attori, lasciandoli liberi di ingigantire i loro vizi e le loro vanità: mentre il problema vero è quello di servirsi di ciò che di concreto e di originario essi serbano nella loro natura.

Perciò importa fino a un certo grado che attori cosiddetti professionali si presentino al regista deformati da una più o meno lunga esperienza personale che li definisce in formule schematiche, risultanti di solito più da sovrapposizioni artificiose che dalla loro intima umanità.

Anche se molto spesso è una dura fatica, quella di ritrovare il nocciolo di una personalità contraffatta e una fatica che tuttavia vale la pena di spendere: proprio perché al fondo una creatura umana c'è sempre, liberabile e rieducabile.

Astraendo con violenza dagli schemi precedenti, da ogni ricordo di metodo e di scuola, si cerchi di portare l'attore a parlare finalmente una sua lingua istintiva. Si intende che la fatica non sarà sterile, solo se questa lingua esiste sia pure involuta e nascosta sottocento veli: se esiste cioè un vero "temperamento".

Non escludo, naturalmente, che un "grande attore" nel senso della tecnica e dell'esperienza, possegga tali qualità primitive. Ma voglio dire che, spesso, attori meno illustri sul mercato, ma non per questo meno degni di attirare la nostra attenzione, ne posseggono altrettante.

Per non parlare dei non attori, che, oltre a recare il contributo affascinante della semplicità, spesso ne hanno di più autentiche e di più sane, proprio perché, come prodotti di ambienti non compromessi, sono spesso uomini migliori. L'importante è scoprirle e metterle a fuoco. Ecco dove è necessario intervenga quella capacità rabdomantica del regista, tanto nell'uno come nell'altro caso.

L'esperienza fatta mi ha soprattutto insegnato che il peso dell'essere umano, la sua presenza, è la sola "cosa" che veramente colmi il fotogramma, che l'ambiente è da lui creato, dalla sua vivente presenza, e che dalle passioni che lo agitano questo acquista verità e rilievo; mentre anche la sua momentanea assenza dal rettangolo luminoso ricondurrà ogni cosa a un aspetto di non animata natura.

Il più umile gesto dell'uomo, il suo passo, le sue esitazioni e i suoi impulsi da soli danno poesia e vibrazioni alle cose che li circondano e nelle quali si inquadrano. Ogni diversa soluzione del problema mi sembrerà sempre un attentato alla realtà così come essa si svolge davanti ai nostri occhi: fatta dagli uomini e da essi modificata continuamente.

Il discorso è appena accennato, ma accentrando il mio netto atteggiamento, vorrei concludere dicendo (come spesso amo ripetermi): potrei fare un film davanti a un muro, se sapessi ritrovare i dati della vera umanità degli uomini posti davanti al nudo elemento scenografico: ritrovarli e raccontarli.
© "Cinema", numero 173-174, settembre, ottobre 1943.


Qui invece l'introduzione di Calvino all'edizione del 1964 del suo primo romanzo Il sentiero dei nidi di ragno del 1947.

Questo romanzo è il primo che ho scritto; quasi posso dire la prima cosa che ho scritto, se si eccettuano pochi racconti. Che impressione mi fa, a riprenderlo in mano adesso? Più che come un’opera mia lo leggo come un libro nato anonimamente da un clima generale d’un’epoca, da una tensione morale, da un gusto letterario che era quello in cui la nostra generazione si riconosceva, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
L’esplosione letteraria di quegli anni in Italia fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo. Avevamo vissuto la guerra, e noi più giovani – che avevamo fatto in tempo a fare il partigiano – non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, «bruciati», ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva della battaglia appena conclusa, depositari esclusivi d’una sua eredità. Non era facile ottimismo, però, o gratuita euforia; tutt’altro: quello di cui ci sentivamo depositari era un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche una nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio; ma l’accento che vi mettevamo era quello di una spavalda allegria. Molte cose nacquero da quel clima, e anche il piglio dei miei primi racconti e del mio primo romanzo.
Questo ci tocca oggi, soprattutto: la voce anonima dell’epoca, più forte delle nostre inflessioni individuali ancora incerte. L’essere usciti da un’esperienza – guerra, guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle «mense del popolo», ogni donna nelle code ai negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d’altre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie.
Chi cominciò a scrivere allora si trovò così a trattare la medesima materia dell’anonimo narratore orale: alle storie che avevamo vissuto di persona o di cui eravamo stati spettatori s’aggiungevano quelle che ci erano arrivate già come racconti, con una voce, una cadenza, un’espressione mimica. Durante la guerra partigiana le storie appena vissute si trasformavano e trasfiguravano in storie raccontate la notte attorno al fuoco, acquistavano già uno stile, un linguaggio, un umore come di bravata, una ricerca d’effetti angosciosi o truculenti. Alcuni miei racconti, alcune pagine di questo romanzo hanno all’origine questa tradizione orale appena nata, nei fatti, nel linguaggio.
Eppure, eppure, il segreto di come si scriveva allora non era soltanto in questa elementare universalità dei contenuti, non era lì la molla (forse l’aver cominciato questa prefazione rievocando uno stato d’animo collettivo, mi fa dimenticare che sto parlando di un libro, roba scritta, righe di parole sulla pagina bianca); al contrario, mai fu tanto chiaro che le storie che si raccontavano erano materiale grezzo: la carica esplosiva di libertà che animava il giovane scrittore non era tanto nella sua volontà di documentare o informare, quanto in quella di esprimere. Esprimere che cosa? Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora allora, tante cose che si credeva di sapere o di essere, e forse in quel momento sapevamo ed eravamo. Personaggi, paesaggi, spari, didascalie politiche, voci gergali, parolacce, lirismi, armi ed amplessi non erano che colori della tavolozza, note del pentagramma, sapevamo fin troppo bene che quel che contava era la musica e non il libretto, mai si videro formalisti così accaniti come quei contenutisti che eravamo, mai lirici così effusivi come quegli oggettivi che passavamo per essere.
Il «neorealismo» per noi che cominciammo di lì, fu quello; e delle sue qualità e difetti questo libro costituisce un catalogo rappresentativo, nato com’è da quella acerba volontà di far letteratura che era proprio della «scuola». Perché chi oggi ricorda il «neorealismo» soprattutto come una contaminazione o coartazione subita dalla letteratura da parte di ragioni extraletterarie, sposta i termini della questione: in realtà gli elementi extraletterari stavano lì tanto massicci e indiscutibili che parevano un dato di natura; tutto il problema ci sembrava fosse di poetica, come trasformare in opera letteraria quel mondo che per noi era il mondo.

Il «neorealismo» non fu una scuola (Cerchiamo di dire le cose con esattezza). Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche - o specialmente - delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. Senza la varietà di Italie sconosciute l'una all'altra - o che si supponevano sconosciute -, senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lingua letteraria, non ci sarebbe stato «neorealismo». Ma non fu paesano nel senso del verismo regionale ottocentesco. La caratterizzazione locale voleva dare sapore di verità a una rappresentazione in cui doveva riconoscersi tutto il vasto mondo: come la provincia americana in quegli scrittori degli Anni Trenta di cui tanti critici ci rimproveravano d'essere gli allievi diretti o indiretti. Perciò il linguaggio, lo stile, il ritmo avevano tanta importanza per noi, per questo nostro realismo che doveva essere il più possibile distante dal naturalismo. Ci eravamo fatta una linea, ossia una specie di triangolo: I Malavoglia, Conversazione in Sicilia, Paesi tuoi, da cui partire, ognuno sulla base del proprio lessico locale e del proprio paesaggio (Continuo a parlare al plurale, come se alludessi a un movimento organizzato e cosciente, anche ora che sto spiegando che era proprio il contrario. Come è facile, parlando di letteratura, anche nel mezzo del discorso più serio, più fondato sui fatti, passare inavvertitamente a contar storie... Per questo, i discorsi sulla letteratura mi dànno sempre più fastidio, quelli degli altri come i miei).
Il mio paesaggio era qualcosa di gelosamente mio (è di qui che potrei cominciare la prefazione: riducendo al minimo il cappello di «autobiografia d'una generazione letteraria», entrando subito a parlare di quel che mi riguarda direttamente, forse potrò evitare la genericità, l'approssimazione...), un paesaggio che nessuno aveva mai scritto davvero (Tranne Montale, - sebbene egli fosse dell'altra Riviera, Montale che mi pareva di poter leggere quasi sempre in chiave di memoria locale, nelle immagini e nel lessico). lo ero della Riviera di Ponente; dal paesaggio della mia città - San Remo - cancellavo polemicamente tutto il litorale turistico lungomare con palmizi, casinò, alberghi, ville - quasi vergognandomene; cominciavo dai vicoli della Città vecchia, risalivo per i torrenti, scansavo i geometrici campi di garofani, preferivo le «fasce» di vigna e d'oliveto coi vecchi muri a secco sconnessi, m'inoltravo per le mulattiere sopra i dossi gerbidi, fin su dove cominciano i boschi di pini, poi i castagni, e cosi ero passato dal mare - sempre visto dall'alto, una striscia tra due quinte di verde - alle valli tortuose delle Prealpi liguri.
Avevo un paesaggio. Ma per poterlo rappresentare occorreva che esso diventasse secondario rispetto a qualcos'altro: a delle persone, a delle storie. La Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggio e persone. Il romanzo che altrimenti mai sarei riuscito a scrivere, è qui. Lo scenario quotidiano di tutta la mia vita era diventato interamente straordinario e romanzesco: una storia sola si sdipanava dai bui archivolti della Città vecchia fin su ai boschi; era l'inseguirsi e il nascondersi d'uomini armati; anche le ville, riuscivo a rappresentare, ora che le avevo viste requisite e trasformate in corpi di guardia e prigioni; anche i campi di garofani, da quando erano diventati terreni allo scoperto, pericolosi da attraversare, evocanti uno sgranare di raffiche nell'aria. Fu da questa possibilità di situare storie umane nei paesaggi che il «neorealismo»…

In questo romanzo (è meglio che riprenda il filo; per mettersi a rifare l’apologia del «neorealismo» è troppo presto; analizzare i motivi di distacco corrisponde di più al nostro stato d’animo, ancor oggi) i segni dell’epoca letteraria si confondono con quelli della giovinezza dell’autore. L’esasperazione dei motivi della violenza e del sesso finisce per apparire ingenua (oggi che il palato del lettore è abituato a trangugiare cibi ben più bollenti) e voluta (che per l’autore questi fossero motivi esterni e provvisori, lo prova il seguito della sua opera).
E altrettanto ingenua e voluta può apparire la smania di innestare la discussione ideologica nel racconto, in un racconto come questo, impostato in tutt’altra chiave: di rappresentazione immediata, oggettiva, come linguaggio e come immagini. Per soddisfare la necessità dell’innesto ideologico, io ricorsi all’espediente di concentrare le riflessioni teoriche in un capitolo che si distacca dal tono degli altri, il IX, quello delle riflessioni del commissario Kim, quasi una prefazione inserita in mezzo al romanzo. Espediente che tutti i miei primissimi lettori criticarono, consigliandomi un taglio netto del capitolo; io, pur comprendendo che l’omogeneità del libro ne soffriva (a quel tempo, l’unità stilistica era uno dei pochi criteri estetici sicuri; ancora non erano tornati in onore gli accostamenti di stili e linguaggi diversi che oggi trionfano), tenni duro: il libro era nato così, con quel tanto di composito e di spurio.
Anche l’altro grande tema futuro di discussione critica, il tema lingua-dialetto, è presente qui nella sua fase ingenua: dialetto aggrumato in macchie di colore (mentre nelle narrazioni che scriverò in seguito cercherò di assorbirlo tutto nella lingua, come un plasma vitale ma nascosto); scrittura ineguale che ora quasi s’impreziosisce ora corre giù come vien viene badando solo alla resa immediata; un repertorio documentaristico (modi di dire popolari, canzoni) che arriva quasi al folklore…
E poi (continuo l’elenco dei segni dell’età, mia e generale; una prefazione scritta ha un senso solo se è critica), il modo di figurare la persona umana: tratti esasperati e grotteschi, smorfie contorte, oscuri drammi visceral-collettivi. L’appuntamento con l’espressionismo che la cultura letteraria e figurativa italiana aveva mancato nel Primo Dopoguerra, ebbe il suo grande momento nel Secondo. Forse il vero nome per quella stagione italiana, più che «neorealismo» dovrebbe essere «neo-espressionismo».
Le deformazioni della lente espressionistica si proiettano in questo libro sui volti che erano stati dei miei cari compagni. Mi studiavo di renderli contraffatti, irriconoscibili, «negativi», perché solo nella «negatività» trovavo un senso poetico. E nello stesso tempo provavo rimorso, verso la realtà tanto più variegata e calda e indefinibile, verso le persone vere, che conoscevo come tanto umanamente più ricche e migliori, un rimorso che mi sarei portato dietro per anni…

Questo romanzo è il primo che ho scritto. Che effetto mi fa, a rileggerlo adesso (Ora ho trovato il punto: questo rimorso. E’ di qui che devo cominciare la prefazione)?. Il disagio che per tanto tempo questo libro mi ha dato in parte si è attutito, in parte resta: è il rapporto con qualcosa di tanto più grande di me, con emozioni che hanno coinvolto tutti ì miei contemporanei, e tragedie, ed eroismi, e slanci generosi e geniali, e oscuri drammi di coscienza. La Resistenza; come entra questo libro nella «letteratura della Resistenza»?
Al tempo in cui l'ho scritto, creare una «letteratura della Resistenza» era ancora un problema aperto, scrivere «il romanzo della Resistenza» si poneva come un imperativo; a due mesi appena dalla Liberazione nelle vetrine dei librai c'era già Uomini e no di Vittorini, con dentro la nostra primordiale dialettica di morte e di felicità; i «gap» di Milano avevano avuto subito il loro romanzo, tutto rapidi scatti sulla mappa concentrica della città; noi che eravamo stati partigiani di montagna avremmo voluto avere il nostro, di romanzo, con il nostro diverso ritmo, il nostro diverso andirivieni...
Non che fossi così culturalmente sprovveduto da non sapere che l'influenza della storia sulla letteratura è indiretta, lenta e spesso contraddittoria; sapevo bene che tanti grandi avvenimenti storici sono passati senza ispirare nessun grande romanzo, e questo anche durante il «secolo del romanzo» per eccellenza; sapevo che il grande romanzo del Risorgimento non è mai stato scritto... Sapevamo tutto, non eravamo ingenui a tal punto: ma credo che ogni volta che si è stati testimoni o attori d'un'epoca storica ci si sente presi da una responsabilità speciale…
A me, questa responsabilità finiva per farmi sentire il tema come troppo impegnativo e solenne per le mie forze. E allora, proprio per non lasciarmi mettere soggezione dal tema, decisi che l'avrei affrontato non di petto ma di scorcio. Tutto doveva essere visto dagli occhi d'un bambino, in un ambiente di monelli e vagabondi. Inventai una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, ai suoi eroismi e sacrifici, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l'aspro sapore, il ritmo…

Questo romanzo è il primo che ho scritto. Come posso definirlo, ora, a riesaminarlo tanti anni dopo (Devo ricominciare da capo. M’ero cacciato in una direzione sbagliata: finivo per dimostrare che questo libro era nata da un’astuzia per sfuggire all’impegno; mentre invece, al contrario…)? Posso definirlo un esempio di «letteratura impegnata» nel senso più ricco e pieno della parola. Oggi, in genere, quando si parla di «letteratura impegnata» ci se ne fa un’idea sbagliata, come d’una letteratura che serve da illustrazione a una tesi già definita a priori, indipendentemente dall’espressione poetica. Invece, quello che si chiamava l’«engagement», l’impegno, può saltar fuori a tutti i livelli; qui vuole innanzitutto essere immagini e parola, scatto, piglio, stile, spezzatura, sfida.
Già nella scelta del tema c’è un’ostentazione di spavalderia quasi provocatoria. Contro chi? Direi che volevo combattere contemporaneamente su due fronti, lanciare una sfida ai detrattori della Resistenza e nello stesso tempo ai sacerdoti d’una Resistenza agiografica ed edulcorata.
Primo fronte: a poco più d’un anno dalla Liberazione già la «rispettabilità ben pensante» era in piena riscossa, e approfittava d’ogni aspetto contingente di quell’epoca – gli sbandamenti della gioventù postbellica, la recrudescenza della delinquenza, la difficoltà di stabilire una nuova legalità – per esclamare: «Ecco, noi l’avevamo sempre detto, questi partigiani, tutti così, non ci vengano a parlare di Resistenza, sappiamo bene che razza d’ideali…». Fu in questo clima che io scrissi il mio libro, con cui intendevo paradossalmente rispondere ai benpensanti: «D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del mio romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!». Il senso di questa polemica, di questa sfida è ormai lontano: e anche allora, devo dire, il libro fu letto semplicemente come romanzo, e non come elemento di discussione su di un giudizio storico. Eppure, se ancora vi si sente frizzare quel tanto d’aria provocatoria, proviene dalla polemica d’allora.
Dalla doppia polemica. Per quanto, anche la battaglia sul secondo fronte, quello interno alla «cultura di sinistra», ora pare lontana. Cominciava appena allora il tentativo d’una «direzione politica» dell’attività letteraria: si chiedeva allo scrittore di creare l’«eroe positivo», di dare immagini normative, pedagogiche di condotta sociale, di milizia rivoluzionaria. Cominciava appena, ho detto: e devo aggiungere che neppure in seguito, qui in Italia, simili pressioni ebbero molto peso e molto seguito. Eppure, il pericolo che alla nuova letteratura fosse assegnata una funzione celebrativa e didascalica, era nell’aria: quando scrissi questo libro l’avevo appena avvertito, e già stavo a pelo ritto, a unghie sfoderate contro l’incombere d’una nuova retorica (Avevamo ancora intatta la nostra carica d’anticonformismo, allora: dote difficile da conservare, ma che – se pur conobbe qualche parziale eclisse – ancora ci sorregge, in quest’epoca tanto più facile, non meno pericolosa…). La mia reazione d’allora potrebbe essere enunciata così: «Ah, sì, volete “l’eroe socialista”? Volete il “romanticismo rivoluzionario”? E io vi scrivo una storia di partigiani in cui nessuno è eroe, nessuno ha coscienza di classe. Il mondo delle “lingère”, vi rappresento, il lunpenproletariat (Concetto nuovo, per me allora; e mi pareva una gran scoperta. Non sapevo che era stato e avrebbe continuato a essere il terreno più facile per la narrativa)! E sarà l’opera più positiva, più rivoluzionaria di tutte! Che ce ne importa di chi è già un eroe, di chi la coscienza ce l’ha già? E’ il processo per arrivarci che si deve rappresentare! Finché resterà un solo individuo al di qua della coscienza, il nostro dovere sarà di occuparci di lui e solo di lui!».
Così ragionavo, e con questa furia polemica mi buttavo a scrivere e scomponevo i tratti del viso e del carattere di persone che avevo tenuto per carissimi compagni, con cui avevo per mesi e mesi spartito la gavetta di castagne e il rischio della morte, per la cui sorte avevo trepidato, di cui avevo ammirato la noncuranza nel tagliarsi i ponti dietro le spalle, il modo di vivere sciolto da egoismi, e ne facevo maschere contratte da perpetue smorfie, macchiette grottesche, addensavo torbidi chiaroscuri – quelli che nella mia giovanile ingenuità immaginavo potessero essere torbidi chiaroscuri – sulle loro storie… Per poi provarne un rimorso che mi tenne dietro per anni…

Devo ancora ricominciare da capo la prefazione. Non ci siamo. Da quel che ho detto, parrebbe che scrivendo questo libro avessi tutto ben chiaro in testa: i motivi di polemica, gli avversari da battere, la poetica da sostenere… Invece, se tutto questo c’era, era ancora in uno stadio confuso e senza contorni. In realtà il libro veniva fuori come per caso, m’ero messo a scrivere senza avere in mente una trama precisa, partii da quel personaggio di monello, cioè da un elemento d’osservazione diretta della realtà, un modo di muoversi, di parlare, di tenere un rapporto con i grandi, e, per dargli un sostegno romanzesco, inventai la storia della sorella, della pistola rubata al tedesco; poi l’arrivo tra i partigiani si rivelò un trapasso difficile, il salto dal racconto picaresco all’epopea collettiva minacciava di mandare tutto all’aria, dovevo avere un’invenzione che mi permettesse di continuare a tenere la storia tutta sul medesimo gradino, e inventai il distaccamento del Dritto.
Era il racconto che – come sempre succede – imponeva soluzioni quasi obbligatorie. Ma in questo schema, in questo disegno che si veniva formando quasi da solo, io travasavo la mia esperienza ancora fresca, una folla di voci e volti (deformavo i volti, straziavo le persone come sempre fa chi scrive, per cui la realtà diventa creta, strumento, e sa che solo così può scrivere, eppure ne prova rimorso…), un fiume di discussioni e di letture che a quell’esperienza s’intrecciavano.
Le letture e l’esperienza di vita non sono due universi ma uno. Ogni esperienza di vita per essere interpretata chiama certe letture e si fonde con esse. Che i libri nascano sempre da altri libri è una verità solo apparentemente in contraddizione con l’altra: che i libri nascano dalla vita pratica e dai rapporti tra gli uomini Appena finito di fare il partigiano trovammo (prima in pezzi sparsi per riviste, poi tutto intero) un romanzo sulla guerra di Spagna che Hemingway aveva scritto sei o sette anni prima: Per chi suona la campana. Fu il primo libro in cui ci riconoscemmo: fu di lì che cominciammo a trasformare in motivi narrativi e frasi quello che avevamo visto sentito e vissuto, il distaccamento di Pablo e di Pilar era il «nostro» distaccamento. (Ora magari quello è il libro di Hemingway che ci piace di meno; anzi, già a quei tempi, fu scoprendo in altri libri dello scrittore americano – particolarmente nei suoi primi racconti – la vera sua lezione di stile, che Hemingway divenne il nostro autore).
La letteratura che ci interessava era quella che portava questo senso d’umanità ribollente e di spietatezza e di natura: anche i russi del tempo della Guerra civile – cioè di prima che la letteratura sovietica diventasse castigata e oleografica – li sentivamo come nostri contemporanei. Soprattutto Babel, del quale conoscevamo L’armata a cavallo, tradotto in Italia già prima della guerra, uno dei libri esemplari del realismo del nostro secolo, nato dal rapporto tra l’intellettuale e la violenza rivoluzionaria.
Ma anche – su un livello minore – Fadeev (prima di diventare un funzionario della letteratura sovietica ufficiale), il suo primo libro, La disfatta, l’aveva scritto con quella sincerità e quel vigore (non ricordo se l’avessi già letto quando scrissi il mio libro, e non vado a verificare, non è quello che importa, da situazioni simili nascono libri che si somigliano, come struttura e come spirito); Fadeev che seppe finire bene come aveva cominciato, perché fu il solo scrittore staliniano, nel ’56, a dimostrare d’aver capito fino in fondo la tragedia di cui era stato corresponsabile (la tragedia in cui Babel e tanti altri scrittori veri della Rivoluzione avevano perso la vita), e a non tentare ipocrite recriminazioni, ma a trarne la conseguenza più severa: un colpo di pistola in fonte.

Questa letteratura c’è dietro al Sentiero dei nidi di ragno. Ma in gioventù ogni libro nuovo che si legge è come un nuovo occhio che si apre e modifica la vista degli altri occhi o libri-occhi che si avevano prima, e della nuova idea di letteratura che smaniavo di fare rivivevano tutti gli universi letterari che m’avevano incantato dal tempo dell’infanzia in poi… Cosicché, mettendomi a scrivere qualcosa come Per chi suona la campana di Hemingway volevo insieme scrivere qualcosa come L’isola del tesoro di Stevenson.
Chi lo capì subito fu Cesare Pavese, che indovinò dal Sentiero tutte le mie predilezioni letterarie. Nominò anche Nievo, a cui avevo voluto dedicare un segreto omaggio ricalcando l’incontro di Pin con Cugino sull’incontro di Carlino con lo Spaccafumo nelle Confessioni d’un Italiano.
Fu Pavese il primo a parlare di tono fiabesco a mio proposito, e io, che fino ad allora non me n’ero reso conto, da quel momento in poi lo seppi fin troppo, e cercai di confermare la definizione. La mia storia cominciava a esser segnata, e ora mi pare tutta contenuta in quell’inizio.
Forse, in fondo, il primo libro è il solo che conta, forse bisognerebbe scrivere quello e basta, il grande strappo lo dài solo in quel momento, l’occasione di esprimerti si presenta solo una volta, il nodo che porti dentro o lo sciogli quella volta o mai più. Forse la poesia è possibile solo in un momento della vita che per i più coincide con l’estrema giovinezza. Passato quel momento, che tu ti sia espresso o no (e non lo saprai se non dopo cento, centocinquant’anni; i contemporanei non possono essere buoni giudici), di lì in poi i giochi son fatti, non tornerai che a fare il verso agli altri o a te stesso, non riuscirai più a dire una parola vera, insostituibile…

Interrompo. Ogni discorso basato su una pura ragione letteraria, se è veritiero, finisce in questo scacco, in questo fallimento che è sempre lo scrivere. Per fortuna scrivere non è solo un fatto letterario, ma anche altro. Ancora una volta, sento il bisogno di correggere la piega presa dalla prefazione.
Questo altro, nelle mie preoccupazioni d’allora, era una definizione di cos’era stata la guerra partigiana. Con un mio amico e coetaneo, che ora fa il medico, e allora era studente come me, passavamo le sere a discutere. Per entrambi la Resistenza era stata l’esperienza fondamentale; per lui in maniera molto più impegnative perché s’era trovato ad assumere responsabilità serie, e a poco più di vent’anni era stato commissario d’una divisione partigiana, quella di cui io pure avevo fatto parte come semplice garibaldino. Ci pareva, allora, a pochi mesi dalla Liberazione, che tutti parlassero della Resistenza in modo sbagliato, che una retorica che s’andava creando ne nascondesse la vera essenza, il suo carattere primario. Mi sarebbe difficile ora ricostruire quelle discussioni; ricordo solo la continua nostra polemica contro tutte le immagini mitizzate, la nostra riduzione della coscienza partigiana a un quid elementare, quello che avevamo conosciuto nei più semplici dei nostri compagni, e che diventava la chiave della storia presente e futura.
Il mio amico era un argomentatore analitico, freddo, sarcastico verso ogni cosa che non fosse un fatto; l’unico personaggio intellettuale di questo libro, il commissario Kim, voleva essere un suo ritratto; e qualcosa delle nostre discussioni d’allora, nella problematica del perché combattevano quegli uomini senza divisa né bandiera, dev’essere rimasta nelle mie pagine, nei dialoghi di Kim col comandante di brigata e nei suoi soliloqui.
L’entroterra del libro erano queste discussioni, e più indietro ancora, tutte le mie riflessioni sulla violenza, da quando m’ero trovato a prendere le armi. Ero stato, prima d’andare coi partigiani, un giovane borghese sempre vissuto in famiglia; il mio tranquillo antifascismo era prima di tutto opposizione al culto della forza guerresca, una questione di stile, di «sense of humour», e tutt’a un tratto la coerenza con le mie opinioni mi portava in mezzo alla violenza partigiana, a misurarmi su quel metro. Fu un trauma, il primo…
E contemporaneamente, le riflessioni sul giudizio morale verso le persone e sul senso storico delle azioni di ciascuno di noi. Per molti dei miei coetanei, era stato solo il caso a decidere da che parte dovessero combattere; per molti le parti tutt’a un tratto si invertivano, da repubblichini diventavano partigiani o viceversa; da una parte o dall’altra sparavano o si facevano sparare; solo la morte dava alle loro scelte un segno irrevocabile (Fu Pavese che riuscì a scrivere: «Ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione», nelle ultime pagine della Casa in collina, strette tra il rimorso di non aver combattuto e lo sforzo d’essere sincero sulle ragioni del suo rifiuto).

Ecco: ho trovato come devo impostare la prefazione. Per mesi, dopo la fine della guerra, avevo provato a raccontare l’esperienza partigiana in prima persona, o con un protagonista simile a me. Scrissi qualche racconto che pubblicai, altri che buttai nel cestino; mi muovevo a disagio; non riuscivo mai a smorzare del tutto le vibrazioni sentimentali e moralistiche; veniva fuori sempre qualche stonatura; la mia storia personale mi pareva umile, meschina; ero pieno di complessi, d’inibizioni di fronte a tutto quel che più mi stava a cuore.
Quando cominciai a scrivere storie in cui non entravo io, tutto prese a funzionare: il linguaggio, il ritmo, il taglio erano esatti, funzionali; più lo facevo oggettivo, anonimo, più il racconto mi dava soddisfazione; e non solo a me, ma anche quando lo facevo leggere alla gente del mestiere che ero andato conoscendo in quei primi tempi postbellici, - Vittoriani e Ferrata a Milano, Natalia e Pavese a Torino, - non mi facevano più osservazioni. Cominciai a capire che un racconto, quanto più era oggettivo e anonimo, tanto più era mio.
Il dono di scrivere «oggettivo» mi pareva allora la cosa più naturale del mondo; non avrei mai immaginato che così presto l’avrei perduto. Ogni storia si muoveva con perfetta sicurezza in un mondo che conoscevo così bene: era questa la mia esperienza, la mia esperienza moltiplicata per le esperienze degli altri. E il senso storico, la morale, il sentimento, erano presenti proprio perché li lasciavo impliciti, nascosti.
Quando cominciai a sviluppare un racconto sul personaggio d’un ragazzetto partigiano che avevo conosciuto nelle bande, non pensavo che m’avrebbe preso più spazio degli altri. Perché si trasformò in un romanzo? Perché – compresi poi – l’identificazione tra me e il protagonista era diventata qualcosa di più complesso. Il rapporto del personaggio del bambino Pin e la guerra partigiana corrispondeva simbolicamente al rapporto che con la guerra partigiana m’ero trovato ad avere io. L’inferiorità di Pin come bambino di fronte all’incomprensibile mondo dei grandi corrisponde a quella che nella stessa situazione provavo io, come borghese. E la spregiudicatezza di Pin, per via della tanto vantata sua provenienza dal mondo della malavita, che lo fa sentire complice quasi superiore verso ogni «fuori-legge», corrisponde al modo «intellettuale» d’essere all’altezza della situazione, di non meravigliarsi mai, di difendersi dalle emozioni… Così, data questa chiave di trasposizioni – ma fu solo una chiave a posteriori, sia ben chiaro, che mi servì in seguito a spiegarmi cos’avevo scritto – la storia in cui il mio punto di vista personale era bandito ritornava ad essere la mia storia…

La mia storia era quella dell’adolescenza durata troppo a lungo, per il giovane che aveva preso la guerra come un alibi, nel senso proprio e in quello traslato. Nel giro di pochi anni, d’improvviso l’alibi era diventato un qui e ora. Troppo presto, per me; o troppo tardi: i sogni sognati troppo a lungo, io ero impreparato a viverli. Prima, il capovolgersi della guerra estranea, il trasformarsi in eroi e in capi degli oscuri e refrattari di ieri. Ora, nella pace, il fervore delle nuove energie che animava tutte le relazioni, che invadeva tutti gli strumenti della vita pubblica, ed ecco anche il lontano castello della letteratura s’apriva come un porto vicino e amico, pronto ad accogliere il giovane provinciale con fanfare e bandiere. E una carica amorosa elettrizzava l’aria, illuminava gli occhi delle ragazze che la guerra e la pace ci avevano restituito e fatto più vicine, divenute ora davvero coetanee e compagne, in un’intesa che era il nuovo regalo di quei primi mesi di pace, a riempire di dialoghi e di risa le calde sere dell’Italia resuscitata.
Di fronte a ogni possibilità che s’apriva, io non riuscivo a essere quello che avevo sognato prima dell’ora della prova: ero stato l’ultimo dei partigiani; ero un innamorato incerto e insoddisfatto e inabile; la letteratura non mi s’apriva come un disinvolto e distaccato magistero ma come una strada in cui non sapevo da che parte cominciare. Carico di volontà e tensione giovanili, m’era negata la spontanea grazia della giovinezza. Il maturare impetuoso dei tempi non aveva fatto che accentuare la mia immaturità.
Il protagonista simbolico del mio libro fu dunque un’immagine di regressione: un bambino. Allo sguardo infantile e geloso di Pin, armi e donne ritornavano lontane e incomprensibili; quel che la mia filosofia esaltava, la mia poetica trasfigurava in apparizioni nemiche, il mio eccesso d’amore tingeva di disperazione infernale.
Scrivendo, il mio bisogno stilistico era tenermi più in basso dei fatti, l’italiano che mi piaceva era quello di chi «non parla l’italiano a casa», cercavo di scrivere come avrebbe scritto un ipotetico me stesso autodidatta.
Il sentiero dei nidi di ragno è nato da questo senso di nullatenenza assoluta, per metà patita fino allo strazio, per metà supposta e ostentata. Se un valore oggi riconosco a questo libro è lì: l’immagine d’una forza vitale ancora oscura in cui si saldano l’indigenza del «troppo giovane» e l’indigenza degli esclusi e dei reietti.

Se dico che allora facevamo letteratura del nostro stato di povertà, non parlo tanto d’una programmaticità ideologica, quanto di qualcosa di più profondo che era in ciascuno di noi.
Oggi che scrivere è una professione regolare, che il romanzo è un «prodotto», con un suo «mercato», una sua «domanda» e una sua «offerta», con le sue campagne di lancio, i suoi successi e i suoi tran-tran, ora che i romanzi italiani sono tutti «di un buon livello medio» e fanno parte della quantità di beni superflui di una società troppo presto soddisfatta, è difficile richiamarci alla mente lo spirito con cui tentavamo di cominciare una narrativa che aveva ancora da costruirsi tutto con le proprie mani.
Continuo a usare il plurale, ma vi ho già spiegato che parlo di qualcosa di sparso, di non concordato, che usciva da angoli di provincia diversi, senza ragioni esplicite in comune che non fossero parziali e provvisorie. Fu più che altro – diciamo – una potenzialità diffusa nell’aria. E presto spenta.
Già negli Anni Cinquanta il quadro era cambiato, a cominciare dai maestri: Pavese morto, Vittoriani chiuso in un silenzio d’opposizione, Moravia che in un contesto diverso veniva acquistando un altro significato (non più esistenziale ma naturalistico) e il romanzo italiano prendeva il suo corso elegiaco-moderato-sociologico in cui tutti finimmo per scavarci una nicchia più o meno comoda (o per trovare le nostre scappatoie).
Ma ci fu chi continuò sulla via di quella prima frammentaria epopea: in genere furono i più isolati, i meno «inseriti» a conservare questa forza. E fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno finirlo (Una questione privata), e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata.
Una questione privata (che ora si legge nel volume postumo di Fenoglio Un giorno di fuoco) è costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso, e nello stesso tempo c'è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia. Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive, ed è un libro di parole precise e vere. Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest'altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perchè.
E’ al libro di Fenoglio che volevo fare la prefazione: non al mio.

Questo romanzo è il primo che ho scritto, quasi la prima cosa che ho scritto. Cosa ne posso dire, oggi? Dirò questo: il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto.
Finché il primo libro non è scritto, si possiede quella libertà di cominciare che si può usare una sola volta nella vita, il primo libro già ti definisce mentre tu in realtà sei ancora lontano dall’esser definito; e questa definizione poi dovrai portartela dietro per la vita, cercando di darne conferma o approfondimento o correzione o smentita, ma mai più riuscendo a prescinderne.
E ancora: per coloro che da giovani cominciarono a scrivere dopo un’esperienza di quelle con «tante cose da raccontare» (la guerra, in questo e in molti altri casi), il primo libro diventa subito un diaframma tra te e l’esperienza, taglia i fili che ti legano ai fatti, brucia il tesoro di memoria – quello che sarebbe diventato un tesoro se avessi avuto la pazienza di custodirlo, se non avessi avuto tanta fretta di spenderlo, di scialacquarlo, d’imporre una gerarchia arbitraria tra le immagini che avevi immagazzinato, di separare le privilegiate, presunte depositarie d’una emozione poetica, dalle altre, quelle che sembravano riguardarti troppo o troppo poco per poterle rappresentare, insomma d’istituire di prepotenza un’altra memoria, una memoria trasfigurata al posto della memoria globale coi suoi confini sfumati, con la sua infinita possibilità di recuperi… Di questa violenza che le hai fatto scrivendo, la memoria non si riavrà più: le immagini privilegiate resteranno bruciate dalla precoce promozione a motivi letterari, mentre le immagini che hai voluto tenere in serbo, magari con la segreta intenzione di servirtene in opere future, deperiranno, perché tagliate fuori dall’integrità naturale della memoria fluida e vivente. La proiezione letteraria dove tutto è solido e fissato una volta per tutte, ha ormai occupato il campo, ha fatto sbiadire, ha schiacciato la vegetazione dei ricordi in cui la vita dell’albero e quella del filo d’erba si condizionano a vicenda. La memoria – o meglio l’esperienza, che è la memoria più la ferita che ti ha lasciato, più il cambiamento che ha portato in te e che ti ha fatto diverso -, l’esperienza primo nutrimento anche dell’opera letteraria (ma non solo di quella), ricchezza vera dello scrittore (ma non solo di lui), ecco che appena ha dato forma a un’opera letteraria insecchisce, si distrugge. Lo scrittore si ritrova ad essere il più povero degli uomini.
Così mi guardo indietro, a quella stagione che mi si presentò gremita d’immagini e di significati: la guerra partigiana, i mesi che hanno contato per anni e da cui per tutta la vita si dovrebbe poter continuare a tirar fuori volti e ammonimenti e paesaggi e pensieri ed episodi e parole e commozioni: e tutto è lontano e nebbioso, e le pagine scritte sono lì nella loro sfacciata sicurezza che so bene ingannevole, le pagine scritte già in polemica con una memoria che era ancora un fatto presente, massiccio, che pareva stabile, dato una volta per tutte, l’esperienza, - e non mi servono, avrei bisogno di tutto il resto, proprio di quello che lì non c’è. Un libro scritto non mi consolerà mai di ciò che ho distrutto scrivendolo: quell’esperienza che custodita per gli anni della vita mi sarebbe forse servita a scrivere l’ultimo libro, e non mi è bastata che a scrivere il primo.


Giugno 1964