Ecco il post dedicato all'incontro che si è tenuto stamane sul film di Claudio Giovannesi ad Avellino.
Un post scarno per il momento che si incrementerà anche a partire dai vostri commenti.
Spero di leggerne tanti, critici, csotruttivi, polemici... non vi censurate PARLATE!!!
Film non troppo superficiale, ma allo stesso tempo bello :)
RispondiEliminaMi sembra di capire dal tuo commento che per te quando un film non è superficiale, rischia di diventare non bello (forse noioso?).
RispondiEliminaConsiderazione molto interessante. Potresti spenderci due parole in più?
Ho ricevuto la notifica di un commento pubblicato su questo post. Ma una volta giunto sul blog del commento non c'è traccia.
RispondiEliminaHo deciso dunque di ripubblicarlo (sempre che faccia piacere all'autore che lo ha scritto). se per caso sei stato tu a cancellarlo (anche se non credo si possa...) scrivimi e lo cancellerò.
Fino ad allora ecco il commento pubblicato e poi scomparso.
"Piuttosto che commentare il film sull’integrazione vorrei raccontare la mia storia ,la quale puo’ essere troppo semplice per essere raccontata,ma lo farò lo stesso.Sono arrivato in Italia circa 6 anni fa,6 anni diversi da quelli trascorsi prima di arrivare qui.il primo giorno me lo ricordo benissimo,a volte è bello nn capire gli altri,pero è bello fino a un certo punto.il mio primo giorno come ho gia premesso è stato bello,soprattutto xke conoscere gli altri ragazzi è una parte di te che vuole fiorire come un prato pieno di rose.Il giorno dopo è stato altrettanto bello,pero mi ritengo fortunato di aver conosciuto una compagnia molto socievole e amichevole;se non fosse per loro sarebbe stato diverso.Quindi io non ho mai avuto problemi con l’integrazione,grazie a quelli che mi hanno accolto e grazie anche a me che mi sono fatto accogliere.Oggi penso anche in italiano,cosa che è importantissima per sentirsi piu italiano."
Roman 3-A ITG Oscar D’Agostino
Ciao Roman. Il tuo racconto mi ha colpito in molti punti. due soprattutto mi interesserebbe approfondire qui.
RispondiEliminaIntegrazione è una parola che non mi piace molto perchè mi sembra sspetta. Mi sembra cioè che indichi un processo nel quale le persone come te che provengono da una cultura altra (di solito si usa l'aggettivo diverso che io odio) devono adattarsi alla cultura del paese dove sono migrati. Cioè noi (quelli che già abitano il paese dove giunge il migrante) non deve fare nulla e il migrante si deve integrare.
Un atteggiamento etnocentrico (la mia cultura è migliore di quella degli altri) e stupido perchè perde un'occasione doppia: 1) di conoscere nuove culture, nuove usanze, nuove mentalità che di solito non si capiscono perchè troppo legati al nsotro modo di vedere le cose considerando non solo il migliore ma l'unico (e assoluto mentre è determinato dalla storia).
2) di compiere meglio la mia cultura quando la confronto con una differente.
Mi piacerebbe sapere che ne pensi e quanto della tua cultura hai dovuto "rinunciare" per poterti integrare (se perdoni la brutale semplificazione con cui pongo la domanda).
Molto interessante il discorso della lingua. Hai ragione. Usi davvero una lingua quando inizi a pensare in quella lingua (lo stesso vale per le lingue studiate a scuola... E questo è un segreto che tu hai scoperto e i tuoi compagni invece ignorano...).
il giorno dopo la proiezione abbiamo mandato un'em di classe al tuo indirizzo di posta (quello preso da FB), perchè il commento ci pareva troppo lungo. non hai ricevuto?
RispondiEliminaHo partecipato alla visione del film, e se devo esprimere il mio pensiero, è stato un film bello, anzi più che altro un documentario sulla “vita reale”. Ho notato che il regista, Claudio Giovannesi, ha cercato di trasmettere il proprio pensiero facendo apparire nel suo film tre ragazzi che raccontano la loro vita alle telecamere. I ragazzi per di più sono immigrati di seconda generazione, quindi la loro vita quotidiana non si presenta facile come quella del medio italiano. C’è Alin che non riesce, o meglio, non vuole riuscire ad integrarsi e socializzare con la propria classe. Infatti lui si ritroverà sempre a frequentare i suoi soli amici rumeni e la sua fidanzata. Masha, ragazza bielorussa ma adottata in Italia, vuole rincontrare il fratello, ma per motivi di rinnovo passaporto non ci riesce. D’altra parte lei cerca anche di ricostruire il passato, buttato sotto al tappeto, influenzato dalle violenze subite dalla madre. Lei nella sua attuale famiglia si trova bene, ha un ottimo rapporto con la madre adottiva e gli altri due fratelli piccoli, ed è anche fidanzata con un italiano. Alla fine c’è Nader, ragazzo di origine egiziana. Ha un carattere solare, socializza molto con i suoi amici, per di più tutti italiani, ed è anche fidanzato con una ragazza romana. Però la sua vita privata si presenta molto agitata. Infatti, Nader non va molto d’accordo con la madre, che pretende innanzitutto rispetto verso la propria famiglia. Lei non accetta che il figlio si ritiri tardi, che frequenta una ragazza italiana, giacché la propria religione lo vieta. I due hanno spesso forti discussioni. Per concludere il film termina con Alin promosso a scuola, Masha alla fine dell’estate ha lavorato tre mesi a New York, ma non è riuscita a rivedere il fratello, e Nader dopo aver cambiato scuola, viene bocciato e lascia Eleonora, la sua ragazza. Cosa ne penso di questo film? I problemi che si trovano ad affrontare gli immigrati, vengono trasmessi a noi senza censure, così come sono. Non c’è quella finzione che trasmettono i media, viene più facile a noi comprendere il disagio a cui essi sono sottoposti.E' stato un film bello, anzi più che altro un documentario sulla “vita reale”.
RispondiEliminaSono l'anonimo che ha lasciato il primo commento.Mi scuso con lei per il comportamento assunto,ma era a scopo scherzoso.
RispondiEliminaIntendo rifolmulare il mio giudizio:
il film mi ha emozizonato, cioè è stato molto bello e, la cosa che mi è piaciuta ancor più,è stata quella di avere la sensazione di trovarmi a contatto con i protagonisti in maniera diretta,dato che sono anche miei coetanei :)!
Complimenti,spero di aver occasione o che magari lei come ha fatto la scorsa settimana,mostri altri capolavori sulle problematiche di cui oggi a stento si parla,come quello in cui si gtrovano ad affrontare i tre protagonisti del film.Porgo ancora scuse :) :)!Spero siano ben accette !
Per anonimo
RispondiEliminaScuse accettate anche se non capisco per cosa. Il mio commento non voleva essere un rimprovero ma solo un'esortazione a tornare a scrivere.
Quale altro film ti ha emozionato tra quelli che hai visto di recente?
Per Cristina
RispondiEliminaDici che il film è un documentario sulla vita reale. E hai ragione. I tre protagonisti non sono degli attori che recitano una parte, il regista non ha detto loro cosa dire o cosa fare. Però il film segue lo stesso le "regole" narrative dei film di fiction (di finzione). Per esempio non vengono mai mostrate le telecamere con cui i protagonisti sono ripresi. Eppure ti accorgi lo stesso che il film non è una fiction ma un documentario. Secondo te perché?
Ciao sono di nuovo Cristina.
RispondiEliminaComunque credo che il film sia un documentario perchè ho colto, come ho precedentemente detto nel mio primo commento, che il regista nel modo più facile possibile ci mostra la vita quotidiana degli immigrati, tra cui le difficoltà, il rapporto in famiglia di ogni singolo protagonista e anche quello che secondo me è il più importante, il rapporto con gli amici o compagni di scuola. Intendo aggiungere che questi sono anche problemi diffusi nella società italiana, soprattutto tra gli adolescenti, quindi credo tutt'ora di percepire a fondo le problematiche dei tre ragazzi. Saluti :)
Per Cristina.
RispondiEliminaQuel che dici è vero.
Ma cosa rende un documentario diverso da una fiction?
Ricevo via mail questo commento e lo posto qui per condividerlo con gli altri
RispondiElimina• È vero che il documentario racconta le storie di tre adolescenti “difficili”, che assomigliano a tanti adolescenti “ difficili”, italiani da
molte generazioni
• la non italianità sembra una componente marginale della loro vicenda:
linguaggio, svaghi, abbigliamento confondono Alin e Nader tra i ragazzi della periferia romana, Masha vive in un ambiente protetto e accogliente, con genitori adottivi che certo hanno fatto di tutto per costruirle intorno una casa di affetti e abitudini dove mettere salde radici. La scuola sembra
sensibile e inclusiva (classe e docente di Alin); l’insegnante che rimprovera Nader è oggetto di scherno per l’intera classe e incarna quindi comportamenti chiaramente censurati; Nader frequenta italiani, si rade come un naziskin, entra in conflitto con le sue tradizioni, addirittura inneggia all’antisemitismo per meglio omologarsi alle mitologie di tanta italica gioventù.
Non c’è traccia evidente di disagio economico,(motorino, computer) non ci sono rimandi alle categorie tradizionali del migrante sottoimpiegato, emarginato,
penalizzato nella comunicazione
• eppure , sotto la superficie di un’integrazione data per acquisita, ci sono tante crepe. Le prime sono quelle più evidenti e rimandano ad una difficoltà di
inserimento generata dagli stessi protagonisti. Alin frequenta connazionali, ascolta musica rumena e sembra non degnare di considerazione i compagni. I testi della musica che ascolta in discoteca , accanto all’esaltazione dei miti
tradizionali dei giovani e degli immigrati (fare soldi con la pala, avere donne moto macchine), sembrano inneggiare a forme di razzismo alla rovescia (siamo i migliori, non ci faremo scalzare dal piedistallo ). Un’altra forma di autoesclusione è quella di Masha, che, per quanto offesa nella sua memoria di
bambina, resta interiormente attaccata al nido della famiglia di origine e si nega la felicità e la spensieratezza che la famiglia adottiva può offrirle.
Emblematiche poi le parole della madre di Nader: gli italiani sono bravi ma noi non facciamo per loro e loro non fanno per noi.
(continua)
(segue da commento precedente)
RispondiElimina• Ma ci sono altri modi in cui l’esclusione si realizza in un contesto apparentemente accogliente, modi molto meno evidenti e soprattutto non generati
dal “migrante”.
Alin chiede ripetutamente ad uno dei compagni di unirsi a lui il sabato per la serata in discoteca. Il profilo del compagno, in primissimo piano, appare immobile. In discoteca quel sabato solo rumeni: i compagni di Alin sono ragazzini, non fanno tardi, si legge nei sottotitoli. Non sembra piuttosto un alibi che il ragazzo si costruisce per nascondere a se stesso una più amara
verità, e cioè che nessuno dei compagni vuole condividere con lui un momento importante, ma tutto rumeno, del suo quotidiano?
La classe di Alin, la brava
insegnante di Alin sembrano metterlo sempre sotto processi.
Gli atteggiamenti sbagliati sono i suoi, è lui che si emargina da solo, è lui che non vuole essere felice, nessuno mai che si interroghi se le responsabilità vadano ricercate anche altrove.
Il padre della fidanzata di Nader ,
socievole e molto disponibile verso il ragazzo, gli suggerisce di convincere la madre tradizionalista a cambiare atteggiamento. Oramai sono in Italia, devono adeguarsi alla cultura nazionale. Nader è il solo dei tre adolescenti che si è perfettamente integrato nel paese d’arrivo, ma solo perché ha voluto cancellare, e cerca con tutte le forze di riuscirci, le tracce della
sua non italianità.
• Anche se non siamo ufficialmente razzisti e ci riconosciamo come fratelli
per il solo fatto di coabitare nello stesso territorio, ci infastidisce l’
alterità, temiamo la diversità (declinata in tutte le salse, ma questa è un’altra faccenda), desideriamo annullarla, anche in modo non consapevole, e solo in questo modo accettiamo l’integrazione e tolleriamo lo straniero. Lo stesso
concetto di tolleranza è sbagliato: la tolleranza implica la subalternità di chi è tollerato, sarebbe più giusto riconoscere semplicemente la diversità della cultura dell’altro
• In conclusione, se è vero che i tre protagonisti assomigliano a tanti adolescenti difficili, è vero che le problematicità tipiche dell’età sono ingigantite dal malessere che si accompagna allo sradicamento dal paese d’
origine. Tante volte una superficialità di atteggiamenti non ci fa cogliere il disagio in cui possono vivere i ragazzi di altre nazionalità; non basta una
pacca sulla spalla e una battuta in dialetto per festeggiare l’integrazione.
L’integrazione si avrà finalmente quando smetteremo di pretendere dai migranti di diventare uguali a noi, ma sapremo accogliere e fondere insieme le nostre culture nel rispetto, quello sì, della nostra Costituzione
Probabilmente non è questa la chiave di lettura del film, certamente non è l’unica chiave di lettura, ma questa riflessione ci è stata molto utile per interrogarci sulla relazione con gli studenti non italiani presenti tra di noi.
Grazie per l'occasione e per la pazienza che hai avuto nel leggerci fino in fondo
Titti Lombardi e III A,
ITG Oscar D'Agostino di Avellino
La fiction ha in primis uncopione già scrittto; in essa la "realtà" non è quella vera, ma è una finzione e, il più delle volte, anche l'esatto contrario. Mentre un documentario "documenta" la realtà. Questa è la mia opinione :).
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