ALESSANDRO PAESANO BLOG

Il blog dedicato alle vostre lezioni di cinema


domenica 6 marzo 2011

Neorealismo VG I materiali per voi

Ed ecco i materiali che vi avevo promesso.
Buona lettura!

Intanto l'articolo integrale di Visconti sul cinema antropomorfico.


Cinema antropomorfico
di Luchino Visconti

Che cosa mi ha portato ad una attività creativa nel cinema?
(Attività creativa: opera di un uomo vivente in mezzo agli uomini. Con questo termine sia chiaro che mi guardo bene dall'intendere qualcosa che si riferisca soltanto al dominio dell'artista. Ogni lavoratore, vivendo, crea: sempre che egli possa vivere. Cioè: sempre che le condizioni della sua giornata siano libere e aperte; per l'artista come per l'artigiano e l'operaio).

Non il richiamo prepotente di una pretesa vocazione, concetto romantico lontano dalla nostra realtà attuale, termine astratto, coniato a comodo degli artisti, per contrapporre il privilegio della loro attività a quella degli altri uomini.

Poiché la vocazione non esiste, ma esiste la coscienza della propria esperienza, lo sviluppo dialettico della vita di un uomo al contatto con gli altri uomini, penso che solo attraverso una sofferta esperienza, quotidianamente stimolata da un affettuoso e obiettivo esame dei casi umani, si possa giungere alla specializzazione.

Ma giungere non vuoi dire rinchiudersi, rompendo ogni concreto legame sociale, come a molti accade, al punto che la specializzazione finisce sovente col prestarsi a colpevoli evasioni dalla realtà, e in parole più crude: al trasformarsi in una vile astensione.

Non voglio dire che ogni lavoro non sia lavoro particolare e in un certo senso "mestiere". Ma sarà valido solo se sarà il prodotto di molteplici testimonianze di vita, se sarà una manifestazione di vita.

II cinema mi ha attirato perché in esso confluiscono e si coordinano slanci e esigenze di molti, tesi per un lavoro complessivo migliore. E chiaro come la responsabilità umana del regista ne risulti straordinariamente intensa, ma, purché egli non sia corrotto da una decadentistica visione del mondo, proprio da essa verrà indirizzato sulla strada più giusta.

Al cinema mi ha portato soprattutto l'impegno di raccontare storie di uomini vivi: di uomini vivi nelle cose, non le cose per se stesse.

Il cinema che mi interessa è un cinema antropomorfico.
Di tutti i compiti che mi spettano come regista, quello che più mi appassiona è dunque il lavoro con gli attori; materiale umano con il quale si costruiscono questi uomini nuovi, che, chiamati a viverla, generano una nuova realtà, la realtà dell'arte.

Perché l'attore è prima di tutto un uomo. Possiede qualità umane-chiave. Su di esse cerco di basarmi, graduandole nella costruzione del personaggio: al punto che l'uomo-attore e l'uomo-personaggio vengano ad un certo punto ad essere uno solo.

Fino ad oggi, il cinema italiano ha piuttosto subito gli attori, lasciandoli liberi di ingigantire i loro vizi e le loro vanità: mentre il problema vero è quello di servirsi di ciò che di concreto e di originario essi serbano nella loro natura.

Perciò importa fino a un certo grado che attori cosiddetti professionali si presentino al regista deformati da una più o meno lunga esperienza personale che li definisce in formule schematiche, risultanti di solito più da sovrapposizioni artificiose che dalla loro intima umanità.

Anche se molto spesso è una dura fatica, quella di ritrovare il nocciolo di una personalità contraffatta e una fatica che tuttavia vale la pena di spendere: proprio perché al fondo una creatura umana c'è sempre, liberabile e rieducabile.

Astraendo con violenza dagli schemi precedenti, da ogni ricordo di metodo e di scuola, si cerchi di portare l'attore a parlare finalmente una sua lingua istintiva. Si intende che la fatica non sarà sterile, solo se questa lingua esiste sia pure involuta e nascosta sottocento veli: se esiste cioè un vero "temperamento".

Non escludo, naturalmente, che un "grande attore" nel senso della tecnica e dell'esperienza, possegga tali qualità primitive. Ma voglio dire che, spesso, attori meno illustri sul mercato, ma non per questo meno degni di attirare la nostra attenzione, ne posseggono altrettante.

Per non parlare dei non attori, che, oltre a recare il contributo affascinante della semplicità, spesso ne hanno di più autentiche e di più sane, proprio perché, come prodotti di ambienti non compromessi, sono spesso uomini migliori. L'importante è scoprirle e metterle a fuoco. Ecco dove è necessario intervenga quella capacità rabdomantica del regista, tanto nell'uno come nell'altro caso.

L'esperienza fatta mi ha soprattutto insegnato che il peso dell'essere umano, la sua presenza, è la sola "cosa" che veramente colmi il fotogramma, che l'ambiente è da lui creato, dalla sua vivente presenza, e che dalle passioni che lo agitano questo acquista verità e rilievo; mentre anche la sua momentanea assenza dal rettangolo luminoso ricondurrà ogni cosa a un aspetto di non animata natura.

Il più umile gesto dell'uomo, il suo passo, le sue esitazioni e i suoi impulsi da soli danno poesia e vibrazioni alle cose che li circondano e nelle quali si inquadrano. Ogni diversa soluzione del problema mi sembrerà sempre un attentato alla realtà così come essa si svolge davanti ai nostri occhi: fatta dagli uomini e da essi modificata continuamente.

Il discorso è appena accennato, ma accentrando il mio netto atteggiamento, vorrei concludere dicendo (come spesso amo ripetermi): potrei fare un film davanti a un muro, se sapessi ritrovare i dati della vera umanità degli uomini posti davanti al nudo elemento scenografico: ritrovarli e raccontarli.
© "Cinema", numero 173-174, settembre, ottobre 1943.


Qui invece l'introduzione di Calvino all'edizione del 1964 del suo primo romanzo Il sentiero dei nidi di ragno del 1947.

Questo romanzo è il primo che ho scritto; quasi posso dire la prima cosa che ho scritto, se si eccettuano pochi racconti. Che impressione mi fa, a riprenderlo in mano adesso? Più che come un’opera mia lo leggo come un libro nato anonimamente da un clima generale d’un’epoca, da una tensione morale, da un gusto letterario che era quello in cui la nostra generazione si riconosceva, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
L’esplosione letteraria di quegli anni in Italia fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo. Avevamo vissuto la guerra, e noi più giovani – che avevamo fatto in tempo a fare il partigiano – non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, «bruciati», ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva della battaglia appena conclusa, depositari esclusivi d’una sua eredità. Non era facile ottimismo, però, o gratuita euforia; tutt’altro: quello di cui ci sentivamo depositari era un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche una nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio; ma l’accento che vi mettevamo era quello di una spavalda allegria. Molte cose nacquero da quel clima, e anche il piglio dei miei primi racconti e del mio primo romanzo.
Questo ci tocca oggi, soprattutto: la voce anonima dell’epoca, più forte delle nostre inflessioni individuali ancora incerte. L’essere usciti da un’esperienza – guerra, guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle «mense del popolo», ogni donna nelle code ai negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d’altre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie.
Chi cominciò a scrivere allora si trovò così a trattare la medesima materia dell’anonimo narratore orale: alle storie che avevamo vissuto di persona o di cui eravamo stati spettatori s’aggiungevano quelle che ci erano arrivate già come racconti, con una voce, una cadenza, un’espressione mimica. Durante la guerra partigiana le storie appena vissute si trasformavano e trasfiguravano in storie raccontate la notte attorno al fuoco, acquistavano già uno stile, un linguaggio, un umore come di bravata, una ricerca d’effetti angosciosi o truculenti. Alcuni miei racconti, alcune pagine di questo romanzo hanno all’origine questa tradizione orale appena nata, nei fatti, nel linguaggio.
Eppure, eppure, il segreto di come si scriveva allora non era soltanto in questa elementare universalità dei contenuti, non era lì la molla (forse l’aver cominciato questa prefazione rievocando uno stato d’animo collettivo, mi fa dimenticare che sto parlando di un libro, roba scritta, righe di parole sulla pagina bianca); al contrario, mai fu tanto chiaro che le storie che si raccontavano erano materiale grezzo: la carica esplosiva di libertà che animava il giovane scrittore non era tanto nella sua volontà di documentare o informare, quanto in quella di esprimere. Esprimere che cosa? Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora allora, tante cose che si credeva di sapere o di essere, e forse in quel momento sapevamo ed eravamo. Personaggi, paesaggi, spari, didascalie politiche, voci gergali, parolacce, lirismi, armi ed amplessi non erano che colori della tavolozza, note del pentagramma, sapevamo fin troppo bene che quel che contava era la musica e non il libretto, mai si videro formalisti così accaniti come quei contenutisti che eravamo, mai lirici così effusivi come quegli oggettivi che passavamo per essere.
Il «neorealismo» per noi che cominciammo di lì, fu quello; e delle sue qualità e difetti questo libro costituisce un catalogo rappresentativo, nato com’è da quella acerba volontà di far letteratura che era proprio della «scuola». Perché chi oggi ricorda il «neorealismo» soprattutto come una contaminazione o coartazione subita dalla letteratura da parte di ragioni extraletterarie, sposta i termini della questione: in realtà gli elementi extraletterari stavano lì tanto massicci e indiscutibili che parevano un dato di natura; tutto il problema ci sembrava fosse di poetica, come trasformare in opera letteraria quel mondo che per noi era il mondo.

Il «neorealismo» non fu una scuola (Cerchiamo di dire le cose con esattezza). Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche - o specialmente - delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. Senza la varietà di Italie sconosciute l'una all'altra - o che si supponevano sconosciute -, senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lingua letteraria, non ci sarebbe stato «neorealismo». Ma non fu paesano nel senso del verismo regionale ottocentesco. La caratterizzazione locale voleva dare sapore di verità a una rappresentazione in cui doveva riconoscersi tutto il vasto mondo: come la provincia americana in quegli scrittori degli Anni Trenta di cui tanti critici ci rimproveravano d'essere gli allievi diretti o indiretti. Perciò il linguaggio, lo stile, il ritmo avevano tanta importanza per noi, per questo nostro realismo che doveva essere il più possibile distante dal naturalismo. Ci eravamo fatta una linea, ossia una specie di triangolo: I Malavoglia, Conversazione in Sicilia, Paesi tuoi, da cui partire, ognuno sulla base del proprio lessico locale e del proprio paesaggio (Continuo a parlare al plurale, come se alludessi a un movimento organizzato e cosciente, anche ora che sto spiegando che era proprio il contrario. Come è facile, parlando di letteratura, anche nel mezzo del discorso più serio, più fondato sui fatti, passare inavvertitamente a contar storie... Per questo, i discorsi sulla letteratura mi dànno sempre più fastidio, quelli degli altri come i miei).
Il mio paesaggio era qualcosa di gelosamente mio (è di qui che potrei cominciare la prefazione: riducendo al minimo il cappello di «autobiografia d'una generazione letteraria», entrando subito a parlare di quel che mi riguarda direttamente, forse potrò evitare la genericità, l'approssimazione...), un paesaggio che nessuno aveva mai scritto davvero (Tranne Montale, - sebbene egli fosse dell'altra Riviera, Montale che mi pareva di poter leggere quasi sempre in chiave di memoria locale, nelle immagini e nel lessico). lo ero della Riviera di Ponente; dal paesaggio della mia città - San Remo - cancellavo polemicamente tutto il litorale turistico lungomare con palmizi, casinò, alberghi, ville - quasi vergognandomene; cominciavo dai vicoli della Città vecchia, risalivo per i torrenti, scansavo i geometrici campi di garofani, preferivo le «fasce» di vigna e d'oliveto coi vecchi muri a secco sconnessi, m'inoltravo per le mulattiere sopra i dossi gerbidi, fin su dove cominciano i boschi di pini, poi i castagni, e cosi ero passato dal mare - sempre visto dall'alto, una striscia tra due quinte di verde - alle valli tortuose delle Prealpi liguri.
Avevo un paesaggio. Ma per poterlo rappresentare occorreva che esso diventasse secondario rispetto a qualcos'altro: a delle persone, a delle storie. La Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggio e persone. Il romanzo che altrimenti mai sarei riuscito a scrivere, è qui. Lo scenario quotidiano di tutta la mia vita era diventato interamente straordinario e romanzesco: una storia sola si sdipanava dai bui archivolti della Città vecchia fin su ai boschi; era l'inseguirsi e il nascondersi d'uomini armati; anche le ville, riuscivo a rappresentare, ora che le avevo viste requisite e trasformate in corpi di guardia e prigioni; anche i campi di garofani, da quando erano diventati terreni allo scoperto, pericolosi da attraversare, evocanti uno sgranare di raffiche nell'aria. Fu da questa possibilità di situare storie umane nei paesaggi che il «neorealismo»…

In questo romanzo (è meglio che riprenda il filo; per mettersi a rifare l’apologia del «neorealismo» è troppo presto; analizzare i motivi di distacco corrisponde di più al nostro stato d’animo, ancor oggi) i segni dell’epoca letteraria si confondono con quelli della giovinezza dell’autore. L’esasperazione dei motivi della violenza e del sesso finisce per apparire ingenua (oggi che il palato del lettore è abituato a trangugiare cibi ben più bollenti) e voluta (che per l’autore questi fossero motivi esterni e provvisori, lo prova il seguito della sua opera).
E altrettanto ingenua e voluta può apparire la smania di innestare la discussione ideologica nel racconto, in un racconto come questo, impostato in tutt’altra chiave: di rappresentazione immediata, oggettiva, come linguaggio e come immagini. Per soddisfare la necessità dell’innesto ideologico, io ricorsi all’espediente di concentrare le riflessioni teoriche in un capitolo che si distacca dal tono degli altri, il IX, quello delle riflessioni del commissario Kim, quasi una prefazione inserita in mezzo al romanzo. Espediente che tutti i miei primissimi lettori criticarono, consigliandomi un taglio netto del capitolo; io, pur comprendendo che l’omogeneità del libro ne soffriva (a quel tempo, l’unità stilistica era uno dei pochi criteri estetici sicuri; ancora non erano tornati in onore gli accostamenti di stili e linguaggi diversi che oggi trionfano), tenni duro: il libro era nato così, con quel tanto di composito e di spurio.
Anche l’altro grande tema futuro di discussione critica, il tema lingua-dialetto, è presente qui nella sua fase ingenua: dialetto aggrumato in macchie di colore (mentre nelle narrazioni che scriverò in seguito cercherò di assorbirlo tutto nella lingua, come un plasma vitale ma nascosto); scrittura ineguale che ora quasi s’impreziosisce ora corre giù come vien viene badando solo alla resa immediata; un repertorio documentaristico (modi di dire popolari, canzoni) che arriva quasi al folklore…
E poi (continuo l’elenco dei segni dell’età, mia e generale; una prefazione scritta ha un senso solo se è critica), il modo di figurare la persona umana: tratti esasperati e grotteschi, smorfie contorte, oscuri drammi visceral-collettivi. L’appuntamento con l’espressionismo che la cultura letteraria e figurativa italiana aveva mancato nel Primo Dopoguerra, ebbe il suo grande momento nel Secondo. Forse il vero nome per quella stagione italiana, più che «neorealismo» dovrebbe essere «neo-espressionismo».
Le deformazioni della lente espressionistica si proiettano in questo libro sui volti che erano stati dei miei cari compagni. Mi studiavo di renderli contraffatti, irriconoscibili, «negativi», perché solo nella «negatività» trovavo un senso poetico. E nello stesso tempo provavo rimorso, verso la realtà tanto più variegata e calda e indefinibile, verso le persone vere, che conoscevo come tanto umanamente più ricche e migliori, un rimorso che mi sarei portato dietro per anni…

Questo romanzo è il primo che ho scritto. Che effetto mi fa, a rileggerlo adesso (Ora ho trovato il punto: questo rimorso. E’ di qui che devo cominciare la prefazione)?. Il disagio che per tanto tempo questo libro mi ha dato in parte si è attutito, in parte resta: è il rapporto con qualcosa di tanto più grande di me, con emozioni che hanno coinvolto tutti ì miei contemporanei, e tragedie, ed eroismi, e slanci generosi e geniali, e oscuri drammi di coscienza. La Resistenza; come entra questo libro nella «letteratura della Resistenza»?
Al tempo in cui l'ho scritto, creare una «letteratura della Resistenza» era ancora un problema aperto, scrivere «il romanzo della Resistenza» si poneva come un imperativo; a due mesi appena dalla Liberazione nelle vetrine dei librai c'era già Uomini e no di Vittorini, con dentro la nostra primordiale dialettica di morte e di felicità; i «gap» di Milano avevano avuto subito il loro romanzo, tutto rapidi scatti sulla mappa concentrica della città; noi che eravamo stati partigiani di montagna avremmo voluto avere il nostro, di romanzo, con il nostro diverso ritmo, il nostro diverso andirivieni...
Non che fossi così culturalmente sprovveduto da non sapere che l'influenza della storia sulla letteratura è indiretta, lenta e spesso contraddittoria; sapevo bene che tanti grandi avvenimenti storici sono passati senza ispirare nessun grande romanzo, e questo anche durante il «secolo del romanzo» per eccellenza; sapevo che il grande romanzo del Risorgimento non è mai stato scritto... Sapevamo tutto, non eravamo ingenui a tal punto: ma credo che ogni volta che si è stati testimoni o attori d'un'epoca storica ci si sente presi da una responsabilità speciale…
A me, questa responsabilità finiva per farmi sentire il tema come troppo impegnativo e solenne per le mie forze. E allora, proprio per non lasciarmi mettere soggezione dal tema, decisi che l'avrei affrontato non di petto ma di scorcio. Tutto doveva essere visto dagli occhi d'un bambino, in un ambiente di monelli e vagabondi. Inventai una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, ai suoi eroismi e sacrifici, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l'aspro sapore, il ritmo…

Questo romanzo è il primo che ho scritto. Come posso definirlo, ora, a riesaminarlo tanti anni dopo (Devo ricominciare da capo. M’ero cacciato in una direzione sbagliata: finivo per dimostrare che questo libro era nata da un’astuzia per sfuggire all’impegno; mentre invece, al contrario…)? Posso definirlo un esempio di «letteratura impegnata» nel senso più ricco e pieno della parola. Oggi, in genere, quando si parla di «letteratura impegnata» ci se ne fa un’idea sbagliata, come d’una letteratura che serve da illustrazione a una tesi già definita a priori, indipendentemente dall’espressione poetica. Invece, quello che si chiamava l’«engagement», l’impegno, può saltar fuori a tutti i livelli; qui vuole innanzitutto essere immagini e parola, scatto, piglio, stile, spezzatura, sfida.
Già nella scelta del tema c’è un’ostentazione di spavalderia quasi provocatoria. Contro chi? Direi che volevo combattere contemporaneamente su due fronti, lanciare una sfida ai detrattori della Resistenza e nello stesso tempo ai sacerdoti d’una Resistenza agiografica ed edulcorata.
Primo fronte: a poco più d’un anno dalla Liberazione già la «rispettabilità ben pensante» era in piena riscossa, e approfittava d’ogni aspetto contingente di quell’epoca – gli sbandamenti della gioventù postbellica, la recrudescenza della delinquenza, la difficoltà di stabilire una nuova legalità – per esclamare: «Ecco, noi l’avevamo sempre detto, questi partigiani, tutti così, non ci vengano a parlare di Resistenza, sappiamo bene che razza d’ideali…». Fu in questo clima che io scrissi il mio libro, con cui intendevo paradossalmente rispondere ai benpensanti: «D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del mio romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!». Il senso di questa polemica, di questa sfida è ormai lontano: e anche allora, devo dire, il libro fu letto semplicemente come romanzo, e non come elemento di discussione su di un giudizio storico. Eppure, se ancora vi si sente frizzare quel tanto d’aria provocatoria, proviene dalla polemica d’allora.
Dalla doppia polemica. Per quanto, anche la battaglia sul secondo fronte, quello interno alla «cultura di sinistra», ora pare lontana. Cominciava appena allora il tentativo d’una «direzione politica» dell’attività letteraria: si chiedeva allo scrittore di creare l’«eroe positivo», di dare immagini normative, pedagogiche di condotta sociale, di milizia rivoluzionaria. Cominciava appena, ho detto: e devo aggiungere che neppure in seguito, qui in Italia, simili pressioni ebbero molto peso e molto seguito. Eppure, il pericolo che alla nuova letteratura fosse assegnata una funzione celebrativa e didascalica, era nell’aria: quando scrissi questo libro l’avevo appena avvertito, e già stavo a pelo ritto, a unghie sfoderate contro l’incombere d’una nuova retorica (Avevamo ancora intatta la nostra carica d’anticonformismo, allora: dote difficile da conservare, ma che – se pur conobbe qualche parziale eclisse – ancora ci sorregge, in quest’epoca tanto più facile, non meno pericolosa…). La mia reazione d’allora potrebbe essere enunciata così: «Ah, sì, volete “l’eroe socialista”? Volete il “romanticismo rivoluzionario”? E io vi scrivo una storia di partigiani in cui nessuno è eroe, nessuno ha coscienza di classe. Il mondo delle “lingère”, vi rappresento, il lunpenproletariat (Concetto nuovo, per me allora; e mi pareva una gran scoperta. Non sapevo che era stato e avrebbe continuato a essere il terreno più facile per la narrativa)! E sarà l’opera più positiva, più rivoluzionaria di tutte! Che ce ne importa di chi è già un eroe, di chi la coscienza ce l’ha già? E’ il processo per arrivarci che si deve rappresentare! Finché resterà un solo individuo al di qua della coscienza, il nostro dovere sarà di occuparci di lui e solo di lui!».
Così ragionavo, e con questa furia polemica mi buttavo a scrivere e scomponevo i tratti del viso e del carattere di persone che avevo tenuto per carissimi compagni, con cui avevo per mesi e mesi spartito la gavetta di castagne e il rischio della morte, per la cui sorte avevo trepidato, di cui avevo ammirato la noncuranza nel tagliarsi i ponti dietro le spalle, il modo di vivere sciolto da egoismi, e ne facevo maschere contratte da perpetue smorfie, macchiette grottesche, addensavo torbidi chiaroscuri – quelli che nella mia giovanile ingenuità immaginavo potessero essere torbidi chiaroscuri – sulle loro storie… Per poi provarne un rimorso che mi tenne dietro per anni…

Devo ancora ricominciare da capo la prefazione. Non ci siamo. Da quel che ho detto, parrebbe che scrivendo questo libro avessi tutto ben chiaro in testa: i motivi di polemica, gli avversari da battere, la poetica da sostenere… Invece, se tutto questo c’era, era ancora in uno stadio confuso e senza contorni. In realtà il libro veniva fuori come per caso, m’ero messo a scrivere senza avere in mente una trama precisa, partii da quel personaggio di monello, cioè da un elemento d’osservazione diretta della realtà, un modo di muoversi, di parlare, di tenere un rapporto con i grandi, e, per dargli un sostegno romanzesco, inventai la storia della sorella, della pistola rubata al tedesco; poi l’arrivo tra i partigiani si rivelò un trapasso difficile, il salto dal racconto picaresco all’epopea collettiva minacciava di mandare tutto all’aria, dovevo avere un’invenzione che mi permettesse di continuare a tenere la storia tutta sul medesimo gradino, e inventai il distaccamento del Dritto.
Era il racconto che – come sempre succede – imponeva soluzioni quasi obbligatorie. Ma in questo schema, in questo disegno che si veniva formando quasi da solo, io travasavo la mia esperienza ancora fresca, una folla di voci e volti (deformavo i volti, straziavo le persone come sempre fa chi scrive, per cui la realtà diventa creta, strumento, e sa che solo così può scrivere, eppure ne prova rimorso…), un fiume di discussioni e di letture che a quell’esperienza s’intrecciavano.
Le letture e l’esperienza di vita non sono due universi ma uno. Ogni esperienza di vita per essere interpretata chiama certe letture e si fonde con esse. Che i libri nascano sempre da altri libri è una verità solo apparentemente in contraddizione con l’altra: che i libri nascano dalla vita pratica e dai rapporti tra gli uomini Appena finito di fare il partigiano trovammo (prima in pezzi sparsi per riviste, poi tutto intero) un romanzo sulla guerra di Spagna che Hemingway aveva scritto sei o sette anni prima: Per chi suona la campana. Fu il primo libro in cui ci riconoscemmo: fu di lì che cominciammo a trasformare in motivi narrativi e frasi quello che avevamo visto sentito e vissuto, il distaccamento di Pablo e di Pilar era il «nostro» distaccamento. (Ora magari quello è il libro di Hemingway che ci piace di meno; anzi, già a quei tempi, fu scoprendo in altri libri dello scrittore americano – particolarmente nei suoi primi racconti – la vera sua lezione di stile, che Hemingway divenne il nostro autore).
La letteratura che ci interessava era quella che portava questo senso d’umanità ribollente e di spietatezza e di natura: anche i russi del tempo della Guerra civile – cioè di prima che la letteratura sovietica diventasse castigata e oleografica – li sentivamo come nostri contemporanei. Soprattutto Babel, del quale conoscevamo L’armata a cavallo, tradotto in Italia già prima della guerra, uno dei libri esemplari del realismo del nostro secolo, nato dal rapporto tra l’intellettuale e la violenza rivoluzionaria.
Ma anche – su un livello minore – Fadeev (prima di diventare un funzionario della letteratura sovietica ufficiale), il suo primo libro, La disfatta, l’aveva scritto con quella sincerità e quel vigore (non ricordo se l’avessi già letto quando scrissi il mio libro, e non vado a verificare, non è quello che importa, da situazioni simili nascono libri che si somigliano, come struttura e come spirito); Fadeev che seppe finire bene come aveva cominciato, perché fu il solo scrittore staliniano, nel ’56, a dimostrare d’aver capito fino in fondo la tragedia di cui era stato corresponsabile (la tragedia in cui Babel e tanti altri scrittori veri della Rivoluzione avevano perso la vita), e a non tentare ipocrite recriminazioni, ma a trarne la conseguenza più severa: un colpo di pistola in fonte.

Questa letteratura c’è dietro al Sentiero dei nidi di ragno. Ma in gioventù ogni libro nuovo che si legge è come un nuovo occhio che si apre e modifica la vista degli altri occhi o libri-occhi che si avevano prima, e della nuova idea di letteratura che smaniavo di fare rivivevano tutti gli universi letterari che m’avevano incantato dal tempo dell’infanzia in poi… Cosicché, mettendomi a scrivere qualcosa come Per chi suona la campana di Hemingway volevo insieme scrivere qualcosa come L’isola del tesoro di Stevenson.
Chi lo capì subito fu Cesare Pavese, che indovinò dal Sentiero tutte le mie predilezioni letterarie. Nominò anche Nievo, a cui avevo voluto dedicare un segreto omaggio ricalcando l’incontro di Pin con Cugino sull’incontro di Carlino con lo Spaccafumo nelle Confessioni d’un Italiano.
Fu Pavese il primo a parlare di tono fiabesco a mio proposito, e io, che fino ad allora non me n’ero reso conto, da quel momento in poi lo seppi fin troppo, e cercai di confermare la definizione. La mia storia cominciava a esser segnata, e ora mi pare tutta contenuta in quell’inizio.
Forse, in fondo, il primo libro è il solo che conta, forse bisognerebbe scrivere quello e basta, il grande strappo lo dài solo in quel momento, l’occasione di esprimerti si presenta solo una volta, il nodo che porti dentro o lo sciogli quella volta o mai più. Forse la poesia è possibile solo in un momento della vita che per i più coincide con l’estrema giovinezza. Passato quel momento, che tu ti sia espresso o no (e non lo saprai se non dopo cento, centocinquant’anni; i contemporanei non possono essere buoni giudici), di lì in poi i giochi son fatti, non tornerai che a fare il verso agli altri o a te stesso, non riuscirai più a dire una parola vera, insostituibile…

Interrompo. Ogni discorso basato su una pura ragione letteraria, se è veritiero, finisce in questo scacco, in questo fallimento che è sempre lo scrivere. Per fortuna scrivere non è solo un fatto letterario, ma anche altro. Ancora una volta, sento il bisogno di correggere la piega presa dalla prefazione.
Questo altro, nelle mie preoccupazioni d’allora, era una definizione di cos’era stata la guerra partigiana. Con un mio amico e coetaneo, che ora fa il medico, e allora era studente come me, passavamo le sere a discutere. Per entrambi la Resistenza era stata l’esperienza fondamentale; per lui in maniera molto più impegnative perché s’era trovato ad assumere responsabilità serie, e a poco più di vent’anni era stato commissario d’una divisione partigiana, quella di cui io pure avevo fatto parte come semplice garibaldino. Ci pareva, allora, a pochi mesi dalla Liberazione, che tutti parlassero della Resistenza in modo sbagliato, che una retorica che s’andava creando ne nascondesse la vera essenza, il suo carattere primario. Mi sarebbe difficile ora ricostruire quelle discussioni; ricordo solo la continua nostra polemica contro tutte le immagini mitizzate, la nostra riduzione della coscienza partigiana a un quid elementare, quello che avevamo conosciuto nei più semplici dei nostri compagni, e che diventava la chiave della storia presente e futura.
Il mio amico era un argomentatore analitico, freddo, sarcastico verso ogni cosa che non fosse un fatto; l’unico personaggio intellettuale di questo libro, il commissario Kim, voleva essere un suo ritratto; e qualcosa delle nostre discussioni d’allora, nella problematica del perché combattevano quegli uomini senza divisa né bandiera, dev’essere rimasta nelle mie pagine, nei dialoghi di Kim col comandante di brigata e nei suoi soliloqui.
L’entroterra del libro erano queste discussioni, e più indietro ancora, tutte le mie riflessioni sulla violenza, da quando m’ero trovato a prendere le armi. Ero stato, prima d’andare coi partigiani, un giovane borghese sempre vissuto in famiglia; il mio tranquillo antifascismo era prima di tutto opposizione al culto della forza guerresca, una questione di stile, di «sense of humour», e tutt’a un tratto la coerenza con le mie opinioni mi portava in mezzo alla violenza partigiana, a misurarmi su quel metro. Fu un trauma, il primo…
E contemporaneamente, le riflessioni sul giudizio morale verso le persone e sul senso storico delle azioni di ciascuno di noi. Per molti dei miei coetanei, era stato solo il caso a decidere da che parte dovessero combattere; per molti le parti tutt’a un tratto si invertivano, da repubblichini diventavano partigiani o viceversa; da una parte o dall’altra sparavano o si facevano sparare; solo la morte dava alle loro scelte un segno irrevocabile (Fu Pavese che riuscì a scrivere: «Ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione», nelle ultime pagine della Casa in collina, strette tra il rimorso di non aver combattuto e lo sforzo d’essere sincero sulle ragioni del suo rifiuto).

Ecco: ho trovato come devo impostare la prefazione. Per mesi, dopo la fine della guerra, avevo provato a raccontare l’esperienza partigiana in prima persona, o con un protagonista simile a me. Scrissi qualche racconto che pubblicai, altri che buttai nel cestino; mi muovevo a disagio; non riuscivo mai a smorzare del tutto le vibrazioni sentimentali e moralistiche; veniva fuori sempre qualche stonatura; la mia storia personale mi pareva umile, meschina; ero pieno di complessi, d’inibizioni di fronte a tutto quel che più mi stava a cuore.
Quando cominciai a scrivere storie in cui non entravo io, tutto prese a funzionare: il linguaggio, il ritmo, il taglio erano esatti, funzionali; più lo facevo oggettivo, anonimo, più il racconto mi dava soddisfazione; e non solo a me, ma anche quando lo facevo leggere alla gente del mestiere che ero andato conoscendo in quei primi tempi postbellici, - Vittoriani e Ferrata a Milano, Natalia e Pavese a Torino, - non mi facevano più osservazioni. Cominciai a capire che un racconto, quanto più era oggettivo e anonimo, tanto più era mio.
Il dono di scrivere «oggettivo» mi pareva allora la cosa più naturale del mondo; non avrei mai immaginato che così presto l’avrei perduto. Ogni storia si muoveva con perfetta sicurezza in un mondo che conoscevo così bene: era questa la mia esperienza, la mia esperienza moltiplicata per le esperienze degli altri. E il senso storico, la morale, il sentimento, erano presenti proprio perché li lasciavo impliciti, nascosti.
Quando cominciai a sviluppare un racconto sul personaggio d’un ragazzetto partigiano che avevo conosciuto nelle bande, non pensavo che m’avrebbe preso più spazio degli altri. Perché si trasformò in un romanzo? Perché – compresi poi – l’identificazione tra me e il protagonista era diventata qualcosa di più complesso. Il rapporto del personaggio del bambino Pin e la guerra partigiana corrispondeva simbolicamente al rapporto che con la guerra partigiana m’ero trovato ad avere io. L’inferiorità di Pin come bambino di fronte all’incomprensibile mondo dei grandi corrisponde a quella che nella stessa situazione provavo io, come borghese. E la spregiudicatezza di Pin, per via della tanto vantata sua provenienza dal mondo della malavita, che lo fa sentire complice quasi superiore verso ogni «fuori-legge», corrisponde al modo «intellettuale» d’essere all’altezza della situazione, di non meravigliarsi mai, di difendersi dalle emozioni… Così, data questa chiave di trasposizioni – ma fu solo una chiave a posteriori, sia ben chiaro, che mi servì in seguito a spiegarmi cos’avevo scritto – la storia in cui il mio punto di vista personale era bandito ritornava ad essere la mia storia…

La mia storia era quella dell’adolescenza durata troppo a lungo, per il giovane che aveva preso la guerra come un alibi, nel senso proprio e in quello traslato. Nel giro di pochi anni, d’improvviso l’alibi era diventato un qui e ora. Troppo presto, per me; o troppo tardi: i sogni sognati troppo a lungo, io ero impreparato a viverli. Prima, il capovolgersi della guerra estranea, il trasformarsi in eroi e in capi degli oscuri e refrattari di ieri. Ora, nella pace, il fervore delle nuove energie che animava tutte le relazioni, che invadeva tutti gli strumenti della vita pubblica, ed ecco anche il lontano castello della letteratura s’apriva come un porto vicino e amico, pronto ad accogliere il giovane provinciale con fanfare e bandiere. E una carica amorosa elettrizzava l’aria, illuminava gli occhi delle ragazze che la guerra e la pace ci avevano restituito e fatto più vicine, divenute ora davvero coetanee e compagne, in un’intesa che era il nuovo regalo di quei primi mesi di pace, a riempire di dialoghi e di risa le calde sere dell’Italia resuscitata.
Di fronte a ogni possibilità che s’apriva, io non riuscivo a essere quello che avevo sognato prima dell’ora della prova: ero stato l’ultimo dei partigiani; ero un innamorato incerto e insoddisfatto e inabile; la letteratura non mi s’apriva come un disinvolto e distaccato magistero ma come una strada in cui non sapevo da che parte cominciare. Carico di volontà e tensione giovanili, m’era negata la spontanea grazia della giovinezza. Il maturare impetuoso dei tempi non aveva fatto che accentuare la mia immaturità.
Il protagonista simbolico del mio libro fu dunque un’immagine di regressione: un bambino. Allo sguardo infantile e geloso di Pin, armi e donne ritornavano lontane e incomprensibili; quel che la mia filosofia esaltava, la mia poetica trasfigurava in apparizioni nemiche, il mio eccesso d’amore tingeva di disperazione infernale.
Scrivendo, il mio bisogno stilistico era tenermi più in basso dei fatti, l’italiano che mi piaceva era quello di chi «non parla l’italiano a casa», cercavo di scrivere come avrebbe scritto un ipotetico me stesso autodidatta.
Il sentiero dei nidi di ragno è nato da questo senso di nullatenenza assoluta, per metà patita fino allo strazio, per metà supposta e ostentata. Se un valore oggi riconosco a questo libro è lì: l’immagine d’una forza vitale ancora oscura in cui si saldano l’indigenza del «troppo giovane» e l’indigenza degli esclusi e dei reietti.

Se dico che allora facevamo letteratura del nostro stato di povertà, non parlo tanto d’una programmaticità ideologica, quanto di qualcosa di più profondo che era in ciascuno di noi.
Oggi che scrivere è una professione regolare, che il romanzo è un «prodotto», con un suo «mercato», una sua «domanda» e una sua «offerta», con le sue campagne di lancio, i suoi successi e i suoi tran-tran, ora che i romanzi italiani sono tutti «di un buon livello medio» e fanno parte della quantità di beni superflui di una società troppo presto soddisfatta, è difficile richiamarci alla mente lo spirito con cui tentavamo di cominciare una narrativa che aveva ancora da costruirsi tutto con le proprie mani.
Continuo a usare il plurale, ma vi ho già spiegato che parlo di qualcosa di sparso, di non concordato, che usciva da angoli di provincia diversi, senza ragioni esplicite in comune che non fossero parziali e provvisorie. Fu più che altro – diciamo – una potenzialità diffusa nell’aria. E presto spenta.
Già negli Anni Cinquanta il quadro era cambiato, a cominciare dai maestri: Pavese morto, Vittoriani chiuso in un silenzio d’opposizione, Moravia che in un contesto diverso veniva acquistando un altro significato (non più esistenziale ma naturalistico) e il romanzo italiano prendeva il suo corso elegiaco-moderato-sociologico in cui tutti finimmo per scavarci una nicchia più o meno comoda (o per trovare le nostre scappatoie).
Ma ci fu chi continuò sulla via di quella prima frammentaria epopea: in genere furono i più isolati, i meno «inseriti» a conservare questa forza. E fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno finirlo (Una questione privata), e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata.
Una questione privata (che ora si legge nel volume postumo di Fenoglio Un giorno di fuoco) è costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso, e nello stesso tempo c'è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia. Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive, ed è un libro di parole precise e vere. Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest'altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perchè.
E’ al libro di Fenoglio che volevo fare la prefazione: non al mio.

Questo romanzo è il primo che ho scritto, quasi la prima cosa che ho scritto. Cosa ne posso dire, oggi? Dirò questo: il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto.
Finché il primo libro non è scritto, si possiede quella libertà di cominciare che si può usare una sola volta nella vita, il primo libro già ti definisce mentre tu in realtà sei ancora lontano dall’esser definito; e questa definizione poi dovrai portartela dietro per la vita, cercando di darne conferma o approfondimento o correzione o smentita, ma mai più riuscendo a prescinderne.
E ancora: per coloro che da giovani cominciarono a scrivere dopo un’esperienza di quelle con «tante cose da raccontare» (la guerra, in questo e in molti altri casi), il primo libro diventa subito un diaframma tra te e l’esperienza, taglia i fili che ti legano ai fatti, brucia il tesoro di memoria – quello che sarebbe diventato un tesoro se avessi avuto la pazienza di custodirlo, se non avessi avuto tanta fretta di spenderlo, di scialacquarlo, d’imporre una gerarchia arbitraria tra le immagini che avevi immagazzinato, di separare le privilegiate, presunte depositarie d’una emozione poetica, dalle altre, quelle che sembravano riguardarti troppo o troppo poco per poterle rappresentare, insomma d’istituire di prepotenza un’altra memoria, una memoria trasfigurata al posto della memoria globale coi suoi confini sfumati, con la sua infinita possibilità di recuperi… Di questa violenza che le hai fatto scrivendo, la memoria non si riavrà più: le immagini privilegiate resteranno bruciate dalla precoce promozione a motivi letterari, mentre le immagini che hai voluto tenere in serbo, magari con la segreta intenzione di servirtene in opere future, deperiranno, perché tagliate fuori dall’integrità naturale della memoria fluida e vivente. La proiezione letteraria dove tutto è solido e fissato una volta per tutte, ha ormai occupato il campo, ha fatto sbiadire, ha schiacciato la vegetazione dei ricordi in cui la vita dell’albero e quella del filo d’erba si condizionano a vicenda. La memoria – o meglio l’esperienza, che è la memoria più la ferita che ti ha lasciato, più il cambiamento che ha portato in te e che ti ha fatto diverso -, l’esperienza primo nutrimento anche dell’opera letteraria (ma non solo di quella), ricchezza vera dello scrittore (ma non solo di lui), ecco che appena ha dato forma a un’opera letteraria insecchisce, si distrugge. Lo scrittore si ritrova ad essere il più povero degli uomini.
Così mi guardo indietro, a quella stagione che mi si presentò gremita d’immagini e di significati: la guerra partigiana, i mesi che hanno contato per anni e da cui per tutta la vita si dovrebbe poter continuare a tirar fuori volti e ammonimenti e paesaggi e pensieri ed episodi e parole e commozioni: e tutto è lontano e nebbioso, e le pagine scritte sono lì nella loro sfacciata sicurezza che so bene ingannevole, le pagine scritte già in polemica con una memoria che era ancora un fatto presente, massiccio, che pareva stabile, dato una volta per tutte, l’esperienza, - e non mi servono, avrei bisogno di tutto il resto, proprio di quello che lì non c’è. Un libro scritto non mi consolerà mai di ciò che ho distrutto scrivendolo: quell’esperienza che custodita per gli anni della vita mi sarebbe forse servita a scrivere l’ultimo libro, e non mi è bastata che a scrivere il primo.


Giugno 1964                                                                 

giovedì 3 marzo 2011

III A Buona Nueva York, dopo toccherà a voi.

Capisco che fino al 13 siete con la testa (e il corpo) altrove. Ma fossi in voi ripasserei gli appunti e ne approfitterei per farmi domande su cose che non vi sono chiare (o sulle quali non siete d'accordo).

Come già vi ho detto rispondete in manira esauriente alle domande del questionario. Non fornite risposte stitiche. Preferisco che rispondiate a una domanda in meno che diate tutte risposte succinte (questo non vi auorizza naturalmente a fare dei compiti incompleti...).

Se avete dubbi, chiedete, scrivete, domandate, criticate, insomma, fatevi sentire.


Intanto se volete aggiungere qualcosa che non avete potuto dire oggi nei vostri interventi (che mi sono piaciuti) questo spazio è vostro!

III G tocca a voi!

Giovedì prossimo, 10 marzo, farete il questionario.
Come mi sono già raccomandato stamane in classe, rispondete in manira esauriente alle domande. Non fornite risposte stitiche. Preferisco che rispondiate a una domanda in meno che diate tutte risposte succinte (questo non vi auoriza naturalmente a fare dei compiti incompleti...).
Fino a giovedì prossimo rileggete gli appunti (anche quelli che avete preso stamane, se lo avete fatto...). Se avete dubbi, chiedete, scrivete, domandate, criticate, insomma, fatevi sentire.

Intanto lasciatemi fare i complimenti per i lavori che avete presentato che sono stati davvero ben fatti e congeniati. Brave!!! Bravi!!!

lunedì 21 febbraio 2011

III A e III G cinema e medioevo

Allora, intanto postatemi appena potete un riassunto della lezione di oggi, con osservazioni, dubbi e critiche. La classe che non l'ha fatto psoti anche il riassunto del aprima lezione.

Poi postatemi la composizione dei gruppi (4 per classe) e non fatevi scrupoli a chiedermi aiuto per l'esercizio che dovete fare a casa.

Vi ricordo che dovete scegliere un film (telefilm, disegno animato, videoclip, etc.) di ambientazione storica (non necessariamente il medioevo) e farne la lettura critica sulla falsariga di quella fatta in classe.

Naturalmente scegliete una scena che sia ricca di spunti critici (ci sono cliché o luoghi comuni? Come viene usato il passato? serve a cosa? Cosa vuole dirci il regista?).

Mi raccomando venite con la sequenza giù "pronta" così da non perdere tempo avete 20 minuti a gruppo (siete 4 gruppi...).

Ci vediamo tra due giovedì ma...

Let's stay tuned!!!

TG II E: Tocca a voi!

aDESSO TOCCA A VOI

Dovete postarmi l'elenco dei quattro gruppi, ognuno dei quali dovrà analizzare la stessa notizia data da due diversi tg.

Per fare questo dovrete:

1) registrare il tg per intero (scaricarlo dalla rete? Se non ci riuscite chiedetemi aiuto)
1) bis Analizzare il sommario e cofnrontarlo tra i due tg: quali sono le differenze? Quali i diversi criteri di AGENDA?

2) scegliere la notizia che secondo vuoi è suscettibile di analisi (non conta l'importanza della notizia, conta la possibilità di essere analizzata)

3) confrontate i due servizi sulla stessa notizia così come sono stati dati dai due tg.

Se avete dubbi contattatemi e chiedete.
Oltre all'elenco dei gruppi indicate anche i tg che avete scelto di confrontare.

Intanto, chi vuole, se vuole, può tornare qui a riprendere i discorsi fatti in classe a proposito dei due servizi del tg3 sulla legge 194 e sui pacs.

Visto che questo blog è letto anche da altre classi magari sarebbe il caso faceste un riassunto di quanto detto in classe. Una sorta di esercizio giornalistico riportate come fosse un articolo di giornale quel che è successo in classe. Poi potrete aggiungere commenti e osservazioni.

Buon lavoro!

domenica 20 febbraio 2011

La prima cosa bella di Paolo Virzì

Regia: Paolo Virzì; Sceneggiatura: Francesco Piccolo, Paolo Virzì, Francesco Bruni Montaggio: Simone Manetti
Fotografia: Nicola Pecorini
Interpreti:
Stefania Sandrelli, Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Claudia Pandolfi, Marco Messeri; Musiche: Carlo Virzì; Produzione: Medusa Film, Indiana Production Company, Motorino Amaranto; Distribuzione: Medusa film.

uscito il 15 gennaio 2010 in 440 copie





Il film è stato da più parti paragonato ai film alla commedia all'italiana, impropriamente e senza fare le debite proporzioni.

Di seguito alcune recensioni sulle quali mi piacerebbe confrontarmi con voi.
Mi raccomando leggetele solamente dopo aver visto il film altrimenti ve lo rovinate.
Ci vediamo Lunedì 28.

Cominciamo da una PESSIMA recensione di Francesco Rigatelli, sul sito del sole 24ore (sic!) che scrive:

Che un film piaccia o no è quasi irrilevante. Importa quel tanto per cui passi più o meno bene due ore, influisce insomma sul divertimento. Ma quel che conta di un film è com’è fatto, quale estetica propone e se, attraverso inquadrature, montature,

MONTATURE?!?!!? Non si dirà montaggio?

e tutto ciò che in una parola si può definire movimento, riesce a dar vita ad una sceneggiatura,

non è il film a dare vita a una sceneggiatura, bensì il contrario...

che per essere valida deve raccontare qualcosa di più del nostro o di altri tempi. Ecco, spazio e tempo, questi sono i valori rilevanti di un film. E si va al cinema per sapere cosa succede, quali pensieri e su quali storie lavorano i registi, anche come le presentano. Poi se il film piace e diverte bene, ma non è il primo significato da ricercare sul grande schermo. L'etica dell'andare al cinema è scoprire i racconti che si fanno del mondo, belli o brutti che siano.

Se la si pensa similmente La prima cosa bella di Paolo Virzì risulta così così.

Bel giudizio critico. Manina semovente, così così.

La storia di questa mamma in fin di vita interpretata per gli ultimi anni magistralmente da Stefania Sandrelli e in gioventù bene da Micaela Ramazzotti, del suo rapporto col figlio asociale Valerio Mastandrea e con la figlia Claudia Pandolfi; questa storia prende certamente. E ci sono ottime trovate registiche, come il primo piano della pallonata

se è un oggetto non si chiama primo piano ma "particolare".

in testa a Mastandrea che dorme al parco dove più o meno si droga, nonostante sia un professore di lettere alla scuola alberghiera. O scene commoventi senza volerlo, come il matrimonio finale in camera da letto. C’è Livorno nei suoi ultimi cinquant’anni. E c’è tanto amore. 

 Anzi, è un film che sostiene implicitamente dentro di sé che le storie più belle sono proprio le storie d’amore, perché quelle racconta sotto al suo titolo.

Eh?

Amore per la mamma, per la famiglia, per il dialogo e per le cose semplici. «Scusi dottore, ci sarebbe un farmaco legale che curi un po’ di scontento, di vuoto interiore?», domanda Mastandrea al medico che segue la madre, il quale gli risponde con l'accento toscano: «Figliolo, hai provato con un bagno al mare?». Altra frase fulminante, quella di Stefania Sandrelli, ormai morente ma instancabilmente allegra, sempre a Mastandrea: «Sei sempre stato così musone, dovresti avere un po’ di fiducia!». 

Il film si allunga e dopo la metà manca di struttura, il sentimento però non si perde. E il sottofondo, la canzone di Nicola di Bari che dà il titolo alla pellicola, intenerisce: «Ho preso la chitarra e suono per te… La senti questa voce, chi canta è il mio cuore, amore amore amore, è quello che so dire ma tu mi capirai… La prima cosa bella che ho avuto dalla vita è il tuo sorriso giovane, sei tu».

Qui trovate un'intervista a Virzi sul film.

Un'altra intervista, al cast, qua

Per chi fosse interessato\a qui c'è il pressbook.

Da entrambe le interviste esce un certo modello di donna che è anacronistico oggi come ieri.
Il peggior difetto del film è l'assoluta mancanza del contesto politico e anche sociale collettivo. Qui ci sono solamente individualità e tutto si risolve nel provato... In barba alla commedia all'italiana, quella vera, che raccontava storie, sì, ma immortalava tendenze antropologiche del paese Italia...


Infine un articolo che dice qualcosa di diverso (per leggerlo cliccate sulla immagine).

Stavolta più che mai aspetto vostri commenti....

giovedì 17 febbraio 2011

Il neorealismo per la VG del Malpighi

Ciao! riposto il tuo commento e le mie osservazioni qui così non devo spezzare lo scritto in più parti.

ciao alessandro, premetto che avrei voluto postare prima ma un pò per motivi di tempo e un pò per la connessione mi sono ridotta ad oggi...
Comunque vorrei intanto cominciare col riassunto della lezione: intanto possiamo delineare il periodo del Neorealismo che va circa dal 1942 con "ossessione" di Visconti e "4 passi tra le nuvole" di Blasetti,

Il film di Blasetti rimane un film fascista nel quale si possono ravvisare dei prodromi di neorealismo.

al 1953 con "Umberto D" di De Sica e Zavattini. Abbiamo però cominciato il nostro discorso parlando di Naturalismo francese, Verismo italiano e il gruppo degli scapigliati, facendo riferimento alla corrente filosofica positivista dell'epoca e attingendo al problema delle "vulgate" cioè dei falsi storici. Proprio di Vulgata possiamo parlare riguardo ai punti fondamentali del neorealismo, come le riprese in esterni, gli attori presi dalle strade

si dice presi dalla strada

e le riprese non pulite (non che non fossero elementi caratterizzanti, ma non sono "innovativi") Abbiamo infatti visto il primo (e unico pezzo) del film Rotaie, che se non sbaglio non è un film neorealista perché del 1929 (quando c'è l'avvento del sonoro in Italia anche se il film in questione è un film muto...) ma un film girato durante il periodo del fascismo. Abbiamo infatti riscontrato, come nella scena del treno,l'emersione dell'ideologia fascista con l'indistinzione tra le varie classe sociali,


Non l'indistinzione ma l'integrazione, il reciproco riconsocersi evolersi bene, l'assenza del conflitto tra classi che invece caratterizza l'ideologia comunista (e non solo)


dai medio-borghesi e i contadini che condividono cibo e tempo tra loro e anche la funzione della donna nella società (la ragazza che porta il pranzo all'uomo che esce dalla fabbrica). Abbiamo notato inoltre anche un pò di Verghismo, con l'impossibilità di cambiare la propria posizione sociale in meglio e con il rischio di peggiorarla (l'uomo avrebbe dovuto cedere la propria donna per ripagare dei debiti ma decide di tenerla con se e deve trovar fortuna in una fabbrica). In questo film è anche presente già la ripresa in esterni.

Da qui ci siamo spostato su una riflessione sul fascismo, che ha troncato la strada al Neorealismo


Il fascismo non può troncare la strada al neorealismo perchè il neorealismo prosegue ben oltre il fascismo. Quel che cercavo di evidenziare che alcune idee sulla donna e sull'uomo e sulla società caratterizzanti il fascismo sono sopravvisste al fascismo anche nella Repubblica...


che aveva posto una "nuova strada" rimanendo con un governo di fatto fascista che ha lasciato le cose relativamente uguali.

Il govenro repubblicano per alcuni versi è rimasto fascista, ma non nella sua organizzazione di potere...

Dal "cambiare le cose per lasciarle uguali" è emerso un ulteriore dibattito sull'omosessualità ancora ritenuta un tabu nella nostra società,

Aspetta. Come siamo arrivati all'omosessualità?

Vi avevo chiesto se la lettura sull'ideologia sottintesa in un film fosse legittima o se fosse possibile una lettuera oggettiva, non ideologica. Visto soprattutto che oggi, nel berlusconismo che ci accomuna un po' tutti, essere critici, profondi, sollevare dubbi o critiche complesse, contro la semplificazione politica corrente, è visto come ideologico, di parte, e dunque parziale, non oggettivo, mentre esiste un modo semplice e oggettivo di vedere le cose.

Ovviamente anche questo modo di vedere è ideologico. detto in altro modo la nostra ideologia influenza sempre il nostro modo di vedere la realtà.

collegato all'argomento dell'aborto, legalizzato per regolarizzare una necessità della società.

L'esmepio che portavo su divorzio e aborto è prorio questo.
Non si tratta di rispodnere a una necessità della società (cioè qualcosa di cui si ha bisogno ma che non c'è) ma l'esatto contrario di regolamentare con una legge un comportamento già presnete nella societò ma privo di una legge che lo regolamenti.

Questa constatazione vale per tre leggi di grande impatto sociale come divorzio aborto e matrimoni tra perosne dello stesso sesso ed è solamente per questo che ne parlavamo.


Ci siamo chiesti perché anche l'omosessualità non potesse esser "regolata" come avvenuto in Spagna e da qui sono emersi diversi punti di vista: da chi considera l'omosessualità e soprattutto l'adozione inaccettabile perché contro la "famiglia canonica" a chi si è posto in modo più moderato, relativizzanto il fatto che una famiglia sia veramente tale solo se composta da un parde e una madre, ma soffermandosi sul fatto che ci sia una qualche figura di riferimento che consenta la buona crescita del bambino. L'altro problema era l'integrazione di tale bambino in una società evidentemente ancora non pronta per un tale cambiamento...

Qualunque sia le idee che onguno puiò avere su questi argomenti, una posizioen democratica deve essere giocoforza la più possibilista, partendo dalala constatazione che una legge che vieti costringe delle perosne una legge che permetta aumenta i diritti senza ledere quelli di chi non vuooe (tranne quello comprensibile ma non democratico di vedere rispecchiare nell'intera societò la propria opinione).
Questo dovrebbe dimsotrare che tutti abbiamo un modo ideologico di vedere le cose e allora non si tratta di sapere chi ha ragione o chi troto si tratta di trovare la legge che funzioni meglio in una società democratica.


Per quanto mi riguarda, concordo sul lasciare libere le coppie omosessuali per l'adozione, utilizzando gli stessi criteri che si usano per le coppie "normali" : buon lavoro e buona capacità per mantenere il bambino e assicurargli una buona vita. Sulla normalità delle coppie non discuto, perché se effettivamente tra uomo e uomo o donna e donna non può nascere la vita, è anche vero che l'importanza di una famiglia è nell'essere sempre presente nei bisogni di tutti i suoi componenti e non quella di "essere normale" (esistono tante "famiglie normali" che cadono a pezzi...)
L'omosessualità è solo un fatto di amore e attrazione e nessuno può decidere per conto di altri, anzi il problema è la violenza che le coppie devono ingiustamente subire (tutti gli attacchi recenti a Roma e non).
credo che sia necessaria una forte sensibilizzazione della società e sopratutto che la gente impari a non metter sempre bocca su cose che non conosce... Più che altro, punto su cui abbiamo insistito, è stato l'importanza di non porsi come colui che "vieta", perché obbligare qualcuno a fare ciò che pensiamo è sbagliato, ma solo ad avere una propria opinione personale che non ostacoli la libertà degli altri (diventa pericoloso quando le ideologie o le idee delle persone che fanno le leggi interferiscono con la produzione delle leggi stesse...)


Mi fa molto paicere leggere qquel che scrivi, al di là dell'issue omosessualitò beninteso. Mi sembra una regola generale valida per qualunque argomento


Cooomunque tornando al neorealismo... Della scena del film "uomini che mascalzoni" di Camerini con De Sica intanto possiamo notare la solita ambientazione esterna (che suscitò grande stupore) con la ripresa "sporca".Non me ne intendo di critica cinematografica ma mi ha colpito la parte in cui Bruno chiede a Mariuccia di sopsarla e allude al fatto che così lei smetterà di lavorare in profumeria e si dedicherà solo alla casa ("come fa la brava moglie", aggiungerei), quindi riemerge sempre l'ideologia fascista sottolineata anche della battuta del padre al bar "bisogna lavorare"... Probabilmente in questi due pezzi ho visto più di quanto effettivamente stavi chiedendo, ma sono le uniche due cose che mi hanno colpita...

No è esattamente quel che vi volevo far notare. Con una precisazione che farò domani in classe.

Per quanto riguarda "commedia dei telefoni bianchi", il film è una chiara parodia del "vecchio modo" di far cinema, con ricostruzioni di ambienti negli studi e gli attori "di prima scelta" come la protagonista che si lamenta del suo principe. C'è il riferimento ai Telefoni bianchi, simbolo di benessere sociale di un'Italia fascista diventata una gran potenza che non si stava accorgendo della decadenza che la circondava nel resto d?europa e che presto l'avrebbe raggiunta...[ http://www.italica.rai.it/cinema/schede/telefoni6.htm ] su questa sequenza totneremo domani

Per ora mi fermo qui, dopo posterò l'ultima analisi del film 4 passi tra le nuvole, sperando di riuscire a trarre quello che cerchi, visto che l'argomento mi risulta tutt'ora un pò fumoso... :) (scusa se mi sono un pò dilungata e se ho spezzato i commenti ma non entrava tutto XD)

Hai ragione, lo è.
Non ti sei dilungata affatto. Azni garzie e complimenti per la precisione delle tue osservazioni.
Grazie, e a domani!


Allora, eccovi le scene da film che non abbiamo visto al primo incontro mentre avremmo dovuto...

Ripariamo dalla sequenza tratta dal film Rotaie (Italia, 1929) di Mario Camerini. Cosa abbiamo detto su questa sequenza? Chi vuole riassumerlo?


Perché ve l'ho mostrata? cosa c'entra col neorealismo?


Seconda sequenza tratta da un altro film del periodo fascista, sempre di Mario Camerini: Gli uomini che mascalzoni (Italia, 1932).

Il tassista che vedete è il padre della ragazza. Il giovane De Sica è il corteggiatore della ragazza.

Cosa prossima dire su questa sequenza rispetto la vulgata sul neorealismo? E come scena di per sé?



ed ecco invece un esempio di comedia dei telefoni bianchi. Dora Nelson (Italia, 1939) di Mario Soldati



Adesso invece quattro sequenze dal film Quattro passi fra le nuvole (Italia, 1942)  di Alessandro Blasetti film considerato un antecedente del neorealismo.


Vi propopngo 4 scene. Quella d'apertura.


Una scena sul treno

e poi una scena prima del finale nella quale il protagonista cerca di convincere la famiglia di contadini dalla quale ha accompagnato la ragazza incontrata sul treno, fingendosi suo marito perchè la ragazza è incinta senza marito a tenere la ragazza con loro invece di cacciarla come vorrebbe la morale.

Infine la scena finale....



In che cosa secondo voi il film si distingue dai film fascisti e anticipa il neorealismo?

Ci vediamo in classe giovedì.






MMMMMMMM.
Come mai l'altro giorno in classe avevate tanto da dire e adesso trovo tutto questo silenzio?

Intanto vi posto materiali utili per una riflessione...



Questo invece è un episodio molto recente di Grey's Anatomy...


Aspetto sempre il riassunto...

Ciao ecco il vostro post.
La lezione separata in due dalla discussione sull'omogenitorialità merita particolare attenzione.

Intanto mi piacerebbe leggere un riassunto sulla prima parte quando abbiamo parlato di verismo, naturalismo, positivismo etc.

In che termini si pongono queste correnti col neorealismo?

Rispetto la sequenza che abbiamo visto abbiamo adottato un tipo particolare di lettura. Cosa abbiamo detto sulla sequenza tratta da Rotaie di Camerini?

Quali altre letture possiamo fare (e sono state fatte...)?

Da quale considerazione siamo partiti prima di affrontare il caso concreto dell'omogenitorialità?
Cosa abbiamo detto sull'ideologia e sull'oggettività con cui parliamo?

Intanto scrivete su questi argomenti cercando di essere sintetici ma senza censurarvi e cercando di riportare il vostro punto di vista e anche quello degli altri.

Per le sequenze dei film da vedere dove spettare un paio di giorni! Ci vogliono circa due ore a spezzone per essere caricati... Sabato mattina conto di postare tutto...


Intanto scrivete, ricordate che questo spazio è vostro.

lunedì 14 febbraio 2011

Il medioevo e il cinema III A e III G Malpighi

Ecco il vostro primo post!

Vi ricordo cosa dovete fare PRIMA del prossimo incontro:

1) postare un riassunto (uno per classe) degli appunti presi in classe

2) fare domande osservazioni su quanto non vi è chiaro o su quanto non siete d'accordo.

3) organizzarvi già in gruppi (4 per classe) in modo da fornirmi i nomi per il prossimo incontro

Intanto eccovi i link promessi:

Quello su Compiuta Donzella e la sua poesia

Eco la versione integrale del Mistero buffo dedicata a Ciullo D'alcamo.





 Ecco il link alle versioni cartacee del testo di Fo.
Vi linko sia quello tratto dal Mistero Buffo (che corrisponde al testo del video) sia un altro testo, successivo, nel quale Fo torna sulla poesia e cambia sensibilmente l'interpretazione.
Lo so che sono tante pagine ma se avete tempo leggetele sono spassosissime...

Il tg per la II E Malpighi

Arrivano i vostri riassunti e per comodità, dato che nei commenti c'è un limite massimo di lunghezza e qui in post no,  ripubblico qui i vostri commenti con le mie note aggiuntive...

Cominciamo col commento di Ehsan: in corsivo il suo commento, in tondo le mie risposte:




RIASSUNTO: da quello che ho appuntato ho capito che:


la notizia è una cosa un'informazione che serve a tutti e parla di un avvenimento importante secondo alcune persone,

direi secondo chi fa il tg e secono il pubblico cui chi fa il tg crede segua il tg.



le notizie vengono prese dall'agenzie stampa le quali prendono le notizie dagli uffici stampa i quali hanno circa 100 200 notizie al minuto;

Aspetta. Chiariamo alcuni punti:

Un'agenzia di stampa è un ente giornalistico il cui scopo è fornire notizie ad altri organi di informazione come giornali, riviste, emittenti televisive e radiofoniche.

Le agenzie di stampa possono essere delle aziende che vendono i loro servizi (es. Reuters, Italpress, AGI, Adnkronos) oppure delle cooperative costituite da diversi organi di informazione allo scopo di condividere le informazioni (es. Associated Press).

Sono le agenzie stampa a pubblicare un tot di notizie al minuto non gli uffici stampa.

L'Ufficio Stampa

Tra gli strumenti maggiormente apprezzati della professione rientra l'Ufficio Stampa, l'organo interno / esterno che si occupa di mantenere attive le relazioni con i media. L'Ufficio stampa amministra pertanto le relazioni con i media (a titolo di esempio le testate giornalistiche). La figura principale dell'ufficio stampa è l'addetto stampa.

Oggi il ruolo dell'ufficio stampa non si esaurisce nella gestione dei media tradizionali, ma si rivolge agli infomediari online, ovvero a tutti quegli organi d'informazione digitale che possono produrre un effetto sulla reputazione aziendale. Stefano Calicchio, nel saggio "L'ufficio stampa 2.0" [2] sottolinea l'importanza degli infomediari online per la corretta gestione delle relazioni pubbliche. Con l'avvento del web e degli user generated content, le relazioni pubbliche devono fornire alle aziende degli strumenti partecipativi digitali che permettano d'entrare in conversazione con il proprio pubblico di riferimento. Come ricorda Toni Muzi Falconi, i cosiddetti "Accordi di Stoccolma" hanno inoltre auspicato un passaggio da un sistema di comunicazione e gestione delle RP lineare, inserito nella catena del valore, ad un sistema reticolare, circolare ed a network, in grado di coinvolgere tutte le più importanti funzioni aziendali

L'ufficio stampa è una delle fonti delle agenzie stampa non l'unica.

Fonti dell'informazione

Le principali fonti di informazione sono:
la conoscenza diretta dei fatti,
gli uffici stampa delle agenzie,
i portavoce delle istituzioni pubbliche o private,
Internet, i quotidiani locali, i programmi televisivi e radiofonici.

L'acquisizione diretta delle informazioni presuppone l'aver accertato l'attendibilità della fonte, sia essa un testimone di un fatto o la persona informata su di esso ed è sempre opportuno controllare la posizione del testimone rispetto alla situazione complessiva. L'acquisizione diretta dell'informazione rappresenta oggi una percentuale molto bassa di tutta la raccolta informazioni. Solo i maggiori quotidiani seguono direttamente i fatti, hanno addetti che partecipano a conferenze, convegni, incontri sportivi, processi ecc.

La maggior parte delle informazioni sono di tipo mediato e provengono dalle agenzie di stampa o da Internet.

Le agenzie di stampa: sono agenzie specializzate con propri addetti e uffici di corrispondenza che acquisiscono le informazioni. Ce ne sono di private e pubbliche, per fare qualche nome la Reuter inglese, Adn-kronos in Italia, l’Ansa, l'americana AP ecc. Facendo ricorso alle agenzie di stampa il giornalista dovrà selezionare quello che intende raccontare e verificarne la corrispondenza alla verità. E' buona norma, e segno di rispetto per il lettore, dare a ogni notizia o servizio una paternità, indicando la provenienza della stessa.

Le notizie si trovano anche su Internet, dove le fonti di informazione si sono moltiplicate, sono gratuite e spesso valide.
E’ difficile accertare autorità e affidabilità delle notizie su Internet, ma lo è anche accertarle nella vita reale. Chiunque inoltre può accedere al sito di un'agenzia di stampa e reperire direttamente le notizie.
Siamo di fronte a una giungla di informazioni e l'utente che può reperire tale informazione direttamente è in cerca di un giornale che funga da mediatore, selezioni, interpreti, gerarchizzi i fatti di rilievo.

I quotidiani locali sono spesso fonte di interessanti informazioni e conoscono a volte i fatti prima delle agenzie di informazione.

Anche i programmi televisivi e radiofonici possono essere fonti d’informazioni interessanti. Sia nel caso di quotidiani locali e di notizie attinte da programmi televisivi o radiofonici si deve citare la fonte.

La massa delle notizie che arriva oggi sulla scrivania di una redazione è enorme, e una redazione deve scegliere spesso in fretta senza poter comprendere come si è formata la notizia e senza poterla controllare.

Più chiaro ora?

la notizia potrebbe essere dubitativa giudicativa o deduttiva. 

Non è la notiza ad essere ma il modo in cui viene data.

Ci sono due grandi categorie
criteri in base ai quali le notize sono selezionate, meglio i fatti stessi vengono selezionati per diventare notizia.

Sono due criteri:
la prima è la notiziabilità che ha interesse nazionale e la seconda è l'agenda setting che è una categoria molto importante e rappresena la priorità che diamo alle cose da fare cioè la notizia più importante

La notiziabilità è l'«attitudine di un avvenimento ad essere trasformato in notizia».
È un neologismo (non presente nella maggior parte dei principali vocabolari della lingua italiana) utilizzato in ambito giornalistico per indicare il raggiungimento da parte di un fatto o di un avvenimento dei criteri minimi necessari alla sua pubblicazione o diffusione sotto forma di notizia.
In genere indica i criteri di valutazione per capire se un'informazione è divulgabile e pubblicabile in termini di:

* rilevanza in un dato ambito;
* interesse suscitato nel pubblico.

La notiziabilità può essere raggiunta in base alla sua oggettiva rilevanza storica, sociale, scientifica del fatto,
oppure in base al valore pubblico di una vicenda, ma anche in base all'interesse che suscita nell'opinione pubblica.
Esistono, in ambito giornalistico e divulgativo, metodi consolidati e diffusi per aumentare la percezione di rilevanza di un fatto e per suscitarne l'interesse.
In molti casi si utilizzano gli stessi metodi della pubblicità dei prodotti, essendo la notizia pubblicata o diffusa un prodotto essa stessa.
In altri casi, soprattutto in ambito divulgativo, la notiziabilità viene raggiunta grazie alla cura con cui i fatti o gli avvenimenti vengono esposti e proposti e in base all'enfasi che se ne dà.
Ancora, si aumenta la notiziablità introducendo nella notizia elementi estranei o collaterali al fatto descritto, elementi in grado di aumentarne l'interesse.

L'agenda setting




Ongi tg ha una redazione; di conseguenza ognuno dei redattori ha un proprio modo di vedere il mondo, una propria agenda soggettiva in base alla quale sente la necessità di informarsi e comunicare informazione.
Ogni tg ha un direttore che, a sua volta, impone il suo punto di vista spesso dettato dai riferimenti politici.
Anche in mancanza di agende politiche si giunge comunque ad una distorsione inconsapevole delle notizie pubblicate tramite scelte involontarie conseguenti alla propria condizione (le opinioni personali di cui sopra, la limitatezza di informazione di ciascuno, le convinzioni etiche, l'età, il lavoro svolto, la condizione sociale, ecc…).
Le routine produttive dei tg modificano il modo in cui l'informazione viene selezionata, elaborata, presentata.
Possiamo dividere questo processo in tre fasi,
la raccolta di materiali informativi e le fonti da cui essi provengono,
la selezione delle notizie tramite i criteri di notiziabilità (valori notizia)
e la presentazione delle notizie.
In ogni fase è presente il fenomeno della distorsione inconsapevole. Abbiamo quindi l'azione contemporanea di tre differenti tipi di criteri:

Criteri di notiziabilità

* Grado e livello gerarchico dei soggetti coinvolti
* Impatto sulla nazione e sull'interesse nazionale (o di gruppo)
* Quantità di persone che l'evento coinvolge
* Rilevanza e significatività dell'evento riguardo ad eventuali sviluppi
* Capacità di intrattenimento

Criteri relativi al prodotto

* Brevità
* Novità
* Giungere prima degli altri media
* Qualità della notizia
* Bilanciamento dell'informazione

Criteri relativi al mezzo

* Buon materiale rispetto al mezzo utilizzato
* Eventi o notizie con una storia narrativa completa
* Frequenza dell'evento

Criteri relativi al pubblico

* Identificazione del lettore con l'evento descritto
* Notizie di servizio per il lettore
* Notizie leggère o non-burdering stories

Criteri relativi alla concorrenza

* Scoop
* Meccanismo delle aspettative incrociate.


Nessun tg può fare a meno di stabilire priorità mediando tra le esigenze del proprio pubblico, quelle di eventuali pressioni politiche e le proprie volontà. È proprio la natura del mezzo, destinato a qualcuno e gestito da persone che vivono nel mondo reale, ad impedirlo. Ovviamente le pressioni contrapposte sono molto più forti nei conglomerati mediali di grandi dimensioni rispetto alla piccola rivista o al blog.

Il mondo di internet non fa tuttavia eccezione, semplicemente ciò non si nota perché le dimensioni dei fenomeni sono rapportate alla frantumazione presente sul web.

la notizia può essere presentata come racconto mitico cioè con cose fantasiose come ad esempio quella bambina amava i pelusche...

oppure possono essere presentate come resoconto di avvenimenti.
Nel primo caso lo scopo èintrattenere lo spettatore con un racconto
nel secondo caso infromarlo per fargli creare una opinione personale.

le immagini sono riprese lo dice la parola stessa che un immagine è ripresa dalla telecamera infatti un esempio concreto è di quando nel 1900
fino al 1950 (la tv in Italia inzia nel 1954)
il pallone da calcio era di quoio e di colore grigio visto che non era visibile dalla telecamera poichè le immagini erano in bianco e nero l'immagine ripresa del pallone era di un colore risaltante,un'altra cosa importante è quella dei media cioè che i media non ci vogliono imprimere un'idea in testa ma ci vogliono indirizzare a imprimerla ed a pensarla come loro....

Beh hai detto la stessa cosa.

Quello che abbiamo detto e che deriva dalle consiederazioni fatte dall'agenda setting è che i media non ci dicono direttamente quale pensiero dobbiamo avere su determinati argomenti (come si crede) ci indica però su quali argomenti esprimere la nostra opinione illudendoci così di partecipare democraticamente alla vita del Paese.

con questo ho finito il mio riassunto della giornata del 14 febbraio 2011 (lunedi) EHSAN ABDUL MALIK 2°E

Grazie del tuo riassunto!

* * *

Ciao! Ecco il vostro post. Qui potete scrivere commenti, fare domande e postare il riassunto della lezione fatta oggi.
Approfittatene! Se ci sono cose poco chiare chiedete, criticate, dubitate.
Questo spazio è vostro!

Eccovi come promesso la presentazione power point completa.

lunedì 31 gennaio 2011

Basta che funzioni

Cominciamo dai video che non ho potuto farvi vedere oggi:

Prima il pianosequenza (non posso embeddarlo, vedetelo direttamente su youtube cliccando qui

poi una scena della quale non ho avuto modo di parlare



ed ecco la sequenza tratta da Curb Your Enthusiasm




Qui invece l'intervista a Woody Allen



e alla fine Lionello che si dissocia...


Per il resto, oggi abbiamo detto tanto. ci se la sente di fare il riassunto? Anche critico?

Aspetto vostri commenti
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Whatever Works (Usa, 2009) di Woody Allen
Soggetto e Sceneggiatura:     Woody Allen
Produttore  Letty Aronson, Stephen Tenenbaum
Fotografia     Harris Savides
Montaggio     Alisa Lepselter
Scenografia     Santo Loquasto
Costumi     Suzy Benzinger
Distribuzione (Italia)     Medusa Film

Interpreti e personaggi
    * Larry David: Boris Yellnikoff
    * Evan Rachel Wood: Melodie St. Ann Celestine
    * Patricia Clarkson: Marietta
    * Henry Cavill: Randy
    * Ed Begley Jr.: John
    * Conleth Hill: Leo Brockman
    * Michael McKean: Joe
    * Christopher Evan Welch: Howard
    * John Gallagher Jr.: Perry
 





Doppiatori italiani
    * Luca Biagini: Boris Yellnikoff
    * Ilaria Stagni: Melodie St. Ann Celestine
    * Roberta Greganti: Marietta
    * Adriano Giannini: Randy
    * Gianni Giuliano: John
    * Francesco Pannofino: Leo Brockman
    * Sergio Di Stefano: Joe
    * Loris Loddi: Howard
    * Emiliano Coltorti: Perry



Un film apparentemente semplice da capire nelle sue implicazioni etiche ma che probabilmente non è affatto così se qualcuno, sulla rete, si permette di scrivere recensioni di questo tono:
Una pellicola che dei cliché del cinema di Allen trasuda da ogni poro: l’ambientazione minimalista, il pessimismo cosmico, i dialoghi snervanti e gli interrogativi sull’esistenza terrena, senza contare i dialoghi fra il protagonista e il pubblico in sala.

Yelnikoff presenta inoltre una tesi elementare e che affascina. La difende e alla fine, causa le vicende del film, difficilmente si può dissentire con lui. “Basta che funzioni” non è semplicemente  il titolo del film ma proprio la teoria del quasi premio Nobel per il quale ogni cosa va bene, non importa se giusta o sbagliata, ma per l’appunto: “basta che funzioni”.
È Larry David, comico famoso oltre oceano e semi sconosciuto alle nostre latitudini, a raccogliere il testimone di Mostel e anche in tal caso Allen, suo amico di vecchia data, lo dota di tutti i suoi tic: dalla verbosità a una scarsa dote di accondiscendenza nei confronti del prossimo, passando attraverso il tritacarne del suo umorismo fatto di battute al vetriolo.
La pellicola nel complesso funziona ma ricade in tutti gli stereotipi del cinema di Allen.
Reggendosi quasi esclusivamente sulla figura di Yelnikoff, da semplice comparsa la figura di Evan Rachel Wood nel ruolo di Melody, e su situazioni ai limiti dell’assurdo.
Niente di nuovo sotto al sole se non una curiosa coincidenza: il regista ha deciso di pescare dal cassetto una sceneggiatura di molti anni fa per narrare una vicenda a lui molto vicina, l’amore fra un uomo nella fase calante della sua esistenza e una giovane donna.
(Ciro Andreotti, Cinemalia
Sono proprio curioso di sapere cosa ne pensate del film e di questa recensione. Nel caso votate in massa questo sproloquio superficiale e da gossip così da spazzare via certi incompetenti dalla rete...

Intanto confrontate la locandina originale statunitense con quella pensata dalla Medusa per l'edizione italiana del film:



Cosa ne pensate? Che cosa evocano le due locandine?

Il titolo originale del film è Whatever Works la traduzione italiana vi sembra renda bene il titolo originale?

Ci vediamo lunedì prossimo!

mercoledì 19 gennaio 2011

Fratelli di'Italia ad Avellino

Ecco il post dedicato all'incontro che si è tenuto stamane sul film di Claudio Giovannesi ad Avellino.

Un post scarno per il momento che si incrementerà anche a partire dai vostri commenti.


Spero di leggerne tanti, critici, csotruttivi, polemici... non vi censurate PARLATE!!!


sabato 15 gennaio 2011

Invictus o della retorica hollywoodiana



Ecco un film che ha tutti gli elementi per studiare i rapporti tra film (cinema) e realtà (i mondo reale nel quale viviamo. entrambi usano degli strumenti per muoversi e interagire con la realtà cui si rifanno: il film usa dei cliché narrativi per rapportarsi alla diegesi* che mette in atto. Noi usiamo altri cliché interpretativi per dare un senso al mondo in cui viviamo quello nostro personale esperito in prima persona e quello generale percepito tramite strumenti di analisi e interpretazione niente affatto neutri e che segnano immancabilmente il nsotro modo di vedere le cose.

Lunedì prossimo per parlare del film parleremo anche di tutto questo.

*La diegesi è la costruzione spazio-temporale del mondo in cui agiscono i personaggi. È l'insieme di tutti gli elementi che appartengono alla storia raccontata e al mondo proposto e supposto dalla finzione del film, direttamente dal film, in assenza di narratore, come nel nostro caso, o, quando presnete,  da lui evocato

sabato 13 novembre 2010

Hollywood, dalla golden age alla fiction contemporanea: la lezione tenuta a Caselle in Pittari

Ecco il post per voi che avete seguito la mia lezione sul cinema classico di Hollywood. Qui potete fare i vostri commenti, porre le vostre domande, sollevare le vostre critiche. Questo spazio è vostro utilizzatelo!

Cominciamo con un po' di link.

Sullo Studio System
Sul codice Hays

Sui film proposti:

Accadde una notte

Susanna!

Notorious

Casablanca

Indiscreto

Il visone sulla pelle


Ed infine ecco gli spot che vi ho proposto:






A proposito di commenti maschilisti a questi spot leggete quello ceh scrive un blogger nel suo blog sulle automobili cliccando qui

martedì 8 giugno 2010

Per gli studenti e le studentesse del Malpighi

I corsi sono finiti.
La scuola pure.
Se volete rimanere in contatto con me o tra di voi ecco il post adatto!
Qualunque modulo avete seguito, qualsiasi film abbiate visto al cineforum, se volete dire la vostra, chiedere, osservare, insinuare, potete farlo qui!
Non siate timide (timidi)...
SCRIVETE!

Per le alunne e gli alunni della scuola media CHIODI

Ciao ragazze  e ragazzi!
Questo è il post tramite il quale rimanere in contatto. Se avete una domanda, un dubbio, una considerazione che volete condividere con me e tra di voi, il mio blog è a vostra disposizione.
Non siate timide\i! SCRIVETE!!!